“Babadook” e la metafora che non tutti riescono a cogliere

“Babadook” e la metafora che non tutti riescono a cogliere 

Se non avete ancora visto il film e avete intenzione di farlo beh, allora vi sconsiglio di leggere questo articolo, non semplicemente per i vari spoiler che troverete, ma perché mi spiacerebbe se la mia interpretazione vi influenzasse in qualche modo, impedendovi magari di farvene una tutta vostra.
L’unico consiglio che posso darvi è quindi quello di guardare la pellicola con gli occhi del vostro subconscio, e di non fermarvi alla superficie che potrebbe ingannare l’osservatore poco attento.

[Allego foto di me in cui sembro il classico tipo che si atteggia da intenditore di film senza in realtà capirne un beneamato cazzo]

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Ok ok, lo so, sono bellissimo, ma adesso andiamo avanti con la recensione.

La pellicola, di origine australiana, narra la vicenda di due protagonisti,  madre e figlio e, quest’ultimo,  è ossessionato dalla paura causata da un mostro presente nella sua stanza, mostro che all’apparenza non esiste.
L’ossessione del bimbo è talmente forte da costringerlo a parlare in continuazione di questa presenza, per poi portarlo addirittura a costruire armi per difendere se stesso e la madre dal fantomatico mostro.

 

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Questa situazione porta il bambino ad avere relazioni difficili con il mondo esterno, facendolo apparire un ragazzino piuttosto problematico.
La madre invece, una donna stanca e stressata, non riesce a superare il trauma di aver perso il marito durante un incidente stradale anni prima, cosa che l’ha costretta a crescere il figlio tutto da sola privandosi di ogni altra relazione sentimentale.

Il mostro, identificato ad un certo punto come questo “Mister Babadook”, un essere descritto all’interno di un libro fiabesco trovato in casa, inizia ad ossessionare anche la madre che, in un crescendo ben costruito, perde sempre di più il controllo, fino ad impazzire quasi totalmente.

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Lo so, letta così la storia sembra una cag*ta pazzesca, ma posso garantirvi che c’è ben altro oltre a quello che traspare da una visione superficiale della pellicola.
La realtà dei fatti è che ognuno di noi, o quasi, possiede un proprio “Babadook”, quel trauma che non riusciamo a superare, che ci dà tormento, quel trauma che riemerge ogni sera, prima di addormentarci, quel trauma che, se non impariamo a conviverci, può ingigantirsi talmente tanto da portarci alla depressione o alla follia.

Ed è proprio il trauma per la tragica morte del marito, e per il non aver vissuto la presenza di un padre, che tormenta i due protagonisti del film, trauma vissuto dal bimbo come un semplice disturbo comportamentale e, invece, dalla madre, come un’esplosione improvvisa di un latente disturbo post traumatico da stress, cosa evidente dalla seconda metà del film in poi.

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Merito della regista australiana Jennifer Kent è l’essere riuscita a far trapelare la tensione, l’ansia e il delirio senza esagerare, utilizzando un montaggio alle volte frenetico, alle volte piuttosto lento, con spezzoni in certi casi sfuocati per rendere la vista distorta della protagonista.
Ho apprezzato moltissimo anche l’accostamento di elementi piuttosto retrò tipici della cinematografia di inizio novecento ad elementi di stampo gotico alla Tim Burton, creando un miscuglio piuttosto particolare.

Davvero gustosa l’interpretazione di Amelia, la madre, da parte dell’attrice Essie Davis,  e  quella del piccolo Samuel, il figlio, da parte del giovanissimo attore Noah Wiesmann, una promessa del cinema mondiale: speriamo solo non diventi un inutile ciccione come il bambino del “Sesto senso”.

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Ho trovato geniale anche il finale, finale in cui Babadook, una volta “sconfitto” e nascostosi nel seminterrato, viene nutrito dalla madre con una ciotola piena di vermi, il che sta a significare che i nostri traumi, purtroppo, non potranno mai essere superati totalmente, e che anzi bisogna imparare a convivere con essi alimentandoli con tutta la me*da che abbiamo dentro.

L’unica pecca del film, a mio avviso, è l’eccessiva piattezza della prima metà del film, una piattezza decisamente voluta e ricercata dall’autrice, ma che forse avrebbe potuto essere espressa meglio.
E’ per questo che, in fin dei conti, mi sento di definire “Babadook” come un bellissimo film, ma non come un capolavoro.

Insomma, possiamo tranquillamente concludere dicendo che chi pensa che “Babadook” sia il classico film che parla del mostro nell’armadio è un cogli*ne, e non ha capito un fico secco dell’intera opera.

Mike the Meme

 



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