Capitolo 1: Uniformarsi per sentirsi vivi – La gioventù bruciata nel cervello

Capitolo 1: Uniformarsi per sentirsi vivi

Le ragazze con le macchine fotografiche sono tremende: passano le giornate a fotografare stronzate del tipo, non so, le briciole sulla moquette dell’autobus in gita, i loro piedi messi in cerchio insieme a quelli delle loro amiche, i petali di fiori improbabili nei parchi delle città in cui abitano, e si sentono grandi fotografe. Si sentono trendy, partecipano a concorsi sperando nel “mi piace” degli amici su facebook e inseguendo un minimo di popolarità, senza rendersi conto che le loro suddette foto fanno davvero vomitare. Il web è impestato d’immagini del genere, anche se in realtà i fiori non vanno più di moda e l’autobus per andare in gita non lo prende più nessuno, è molto più comodo andare in aereo. Le foto ai piedi invece ancora resistono purtroppo, che poi, voglio dire, avete anche dei piedi di merda porca madonna, che cazzo ve li fotografate a fare ah? Fortuna che non tutte le ragazze sono fissate coi propri piedi, molte di loro di concentrano anche su altri tipi di soggetti: non so se ci avete fatto caso ma, per esempio, adesso, per la maggiore, vanno le foto di moda, sapete no, quelle foto a caso, dove gente a caso prende altra gente a caso, le mette in pose sempre a caso, e preme il grilletto. Peggio di una pallottola nei denti. Ma ancora più divertenti sono quelle ragazze che si credono grandi modelle, su facebook scrivono “lavora presso me stessa”, si sentono emancipate ed aggressive, solo perché mostrano il loro lato migliore: il lato B. Il lato A invece lo nascondono, magari perché hanno i denti storti o le tette piccole, il lato C – “C” di cervello, per intenderci –  invece, non sanno nemmeno come sia fatto.

Oppure vi sono altre ragazze che mostrano solo il lato A, anzi, solo una piccola parte di esso; diffidate da queste ragazze, potreste avere delle brutte sorprese: sto parlando di tutte quelle ragazze ciccione che si vantano di avere le tette grosse, che in realtà le hanno grosse proprio perché sono ciccione; perdessero quei trenta, trentacinque chili di troppo, e anche le tette si dimezzerebbero. Questo tipo di ragazza si fa le foto dall’alto, dentro il cesso di casa, e in modo tale da mostrare soltanto il decolleté e il viso, di cui puntualmente aggiustano i difetti con photoshop, e magari mettendo le labbra a forma di buco di culo di gallina invece che fare un sorriso normale. Le foto dentro il cesso e con la bocca a forma di buco di culo di gallina però, non vanno di moda solo fra le ragazze ciccione: tutti i tipi di ragazze fanno foto di questo genere, l’unica differenza è che quelle ciccione mostrano solo tette e viso, per celare le loro abnormità.

Vi assicuro però, che i ragazzi non sono da meno. Anche loro fanno le foto nel cesso di casa, solo che invece di mettere la bocca in modi strani, si mettono in posa in mutande, mostrando le mozzarelle che hanno al posto dei bicipiti, e rendendosi ridicoli.

Di questi personaggi ce ne sono tanti in giro, certo, non passeggiano in mutande o con la bocca a forma di buco di culo di gallina, però li riconosci subito.

Ne incontrava un sacco il nostro Andrea Mussa, a scuola, in città, la sera nei locali, lui socializzava con tutti, pensava di stare simpatico a tutti, ma invece in molti non lo sopportavano. Sapete, non dev’essere facile vivere a Genova con un cognome del genere: tradotto dal dialetto genovese all’italiano, il termine “mussa” sta a indicare l’organo genitale femminile, potete immaginare le prese in giro che il nostro protagonista ha dovuto subire nel corso degli anni. E poi lui non era uno che si uniformava, che si faceva etichettare. Un giorno indossava la maglia di “South of Heaven” degli Slayer, con un gigantesco teschio disegnato, il giorno dopo lo vedevi in giacca e cravatta, e l’altro ancora con la maglia di una squadra di basket americana. Aveva i capelli lunghi e biondi, capelli che molte ragazze gli invidiavano e che curava con infinita pazienza e dedizione. Era amico di tutti e amico di nessuno, per strada in centro non si poteva girare insieme a lui, perché ogni mezzo secondo salutava qualcuno, e la cosa iniziava a diventare insopportabile dopo il primo quarto d’ora.

Era un appassionato di musica, la conosceva tutta, in particolare l’heavy metal, l’hip hop e la musica elettronica, la musica classica invece non lo faceva impazzire. Suonava anche la chitarra elettrica in un gruppo brutal slam metal chiamato “Indecent Abuse”, sapete no, quei gruppi i cui loghi sembrano delle sborrate di vernice contro il muro, e i cui cantanti fanno gli stessi versi di un maiale scagliato vivo dentro un tritarifiuti industriale.

Fra i suoi amici metaller ce n’erano molti che dicevano di ascoltare la musica classica, e quando la gente li accusava di essere chiusi mentalmente perché ascoltavano solo heavy metal, essi potevano rispondere “oh, guarda che non è vero, io ascolto anche musica classica!” quando magari l’avevano ascoltata una sola volta in tutta la loro vita.

I metallari sono una razza davvero strana: parlano solo ed esclusivamente di musica, alcuni si spacciano per intellettuali, altri per grezzoni che ruttano e bevono birra, vanno in giro con maglie piene di mostri, e poi si lamentano se le ragazze li evitano e se la figa l’hanno vista soltanto una volta col lanternino. Eh sì, razza davvero strana quella del metallaro.

La razza opposta è quella del truzzo. La comunità truzza è quella che va per la maggiore, ed è composta da un branco di coglioni che si credono furbi (“c’èèè, siamo troppo fierii oh!”). Vanno in discoteca, molti “pippano di bonza”, parlano in modi strani e ascoltano musica house o musica tecno, sempre in cerca di fregna e sempre in cerca di risse.

Non voglio stare a farvi l’elenco di tutti gli stili presenti fra i giovani d’oggi, rischierei di diventare noioso, dovrei parlare degli emo, degli hipphoppettari, dei punkettoni, dei nerd, degli alternativi e dei finti alternativi (che poi se devo essere sincero non ho mai capito quale sia la differenza), dei fighetti, degli indie eccetera eccetera. Quello che non si comprende di tutta questa faccenda è perché i giovani sentano così tanto il bisogno di uniformarsi a qualcun altro, di trovare un gruppo di persone con cui condividere gli stessi stili di vita e le stesse cose.

Andrea Mussa era quello che stava nel mezzo a tutto ciò, non beveva, non pippava, amava solo stare in compagnia, andare ai concerti, nei locali.

Certe volte il sabato sera usciva da solo e si buttava nei vicoli in centro, passava la serata a salutare questo e quello, senza stare mai più di mezz’ora con le stesse persone. Altre sere si vedeva con un gruppo di amici prestabilito, ma solo se non si passava dal centro, proprio per evitare di doversi fermare a salutare chiunque.

Una cosa che odiava erano i compleanni. Ricordava quando era diventato maggiorenne: aveva affittato un mega salone, c’erano centocinquanta invitati, e aveva ricevuto tre regali soltanto, uno dei quali era un CD, un concerto live dei “Death” che gli avevano fatto una ventina di amici, spendendo all’incirca un euro a testa. Da quel giorno smise di andare ai compleanni, per non doversi preoccupare di fare regali.

Di pomeriggio molto spesso girava per i negozi di musica, a volte accompagnava delle sue compagne di classe a fare shopping oppure faceva un salto in Piazza De Ferrari, dove s’incontrava sempre il “club dei robbosi”, come lui li chiamava: erano ragazze e ragazzi alternativi e/o finti alternativi, emo, metallarri o vattelappesca, ragazzi che si riunivano e discutevano delle peggio stronzate, dell’ultimo disco dei Bring me sto cazzo, delle ultime scarpe leopardate o del giubbotto di pelle, a volte anche di politica o della manifestazione avvenuta il giorno precedente.

C’erano anche le coppiette che si sbaciucchiavano, maschi con femmine e, a volte, femmine con femmine. Sapete, va molto di moda fra le ragazzine dire di essere bisessuali, forse perché c’è il mito che ai maschi questo tipo di ragazza piaccia e allora lo fanno per attirare l’attenzione, che poi alla fine, non ha molto senso. Non l’essere bisex, intendiamoci, ma l’atteggiarsi come tale per farsi notare. Certe cose proprio non si comprendono, mi vengono in mente quei maschi che si fanno tagliare il cazzo per sentirsi donna al cento per cento e così, da un giorno all’altro, ti ritrovi a pisciare da seduto e ad osservare il mondo da una diversa prospettiva.

Andrea parlava con tutti, partecipava, rideva, scherzava. Era un ragazzo molto socievole, ma sotto sotto molto timido, e questa sua espansione verso il prossimo era in realtà un’introversione verso se stesso, una sorta di maschera.

Non aveva mai avuto una ragazza poveretto. Di sera, sotto le coperte, passava ore a progettare, ad immaginare, creava piani per dichiararsi, per invitare qualche ragazza ad uscire. Tutte le sere si addormentava convinto che il giorno dopo avrebbe compiuto la sua missione impossibile, ma poi, quando si risvegliava il mattino seguente, tutti i suoi buoni propositi erano andati totalmente a farsi fottere.

Ma no, non ho voglia di parlarvi dei suoi problemi psicologici, non sto narrando la sua storia per questo. Lui mi serve da tramite, è l’anello che unisce tutte le categorie giovanili del mondo, lui mi serve per mettere in luce la gioventù, questa gioventù bruciata nel cervello.



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