Giorno 1 – Scoreggio – Australianal Journey

“Scoreggio”

Giovedì 6 Febbraio 2014, ore 16:11 (orario italiano).
Sull’aereo diretto a Singapore.

Eccomi qua, a sfrecciare fra i cieli di un punto a caso della terra, scomodamente seduto sul sedile di un aereo diretto verso Singapore.

Già, Singapore.

Beh, Singapore è uno di quei luoghi che senti sempre nominare fin da bambino ma che, se sei uno come me, che sta a geografia come Andrea Bocelli sta al tiro al bersaglio, ignori totalmente in quale punto della cartina geografica si trovi.

Ignoro anche se si tratti di uno stato o di una città e, in caso si trattasse di una città, ignoro in quale stato essa si trovi. Il continente immagino sia l’Asia, ma non vorrei sbilanciarmi troppo.

Sapete, sta mattina sono partito con lo scazzo, purtroppo quest’ultimo periodo non è stato troppo felice per me, come al solito non ci sto tanto con la testa, ma tutto passa, tutto scorre, tutto è in divenire, come diceva il buon Eraclito.

Anzi, spero che questo viaggio mi aiuti a recuperare l’equilibrio interiore perduto, almeno per un po’. Purtroppo, si sa, le persone instabili come me, sono destinate ad essere perennemente insoddisfatte della vita, quindi non pretendo di tornare a Genova completamente ristabilito mentalmente o, comunque, se dovesse capitare, avrei la consapevolezza che si tratterebbe di uno stato tristemente provvisorio.

E’ la prima volta che mi allontano da casa per così tanto tempo, il mio viaggio più lungo fu quello che feci quattro anni e mezzo fa, quando andai a New York, e in cui rimasi per un paio di settimane, a sto giro sto via mi pare ventitré giorni.
Il brutto di questi viaggi è che fin dalla prima ora di vacanza, sai già che sta comunque per finire, che durerà troppo poco, e che al varco ti aspetta la realtà di tutti i giorni, quella da cui perennemente fuggi, quella stessa realtà che ti annienta dentro, che ti mastica l’esistenza consumandola.

Intanto mi guardo intorno.

Nella fila di sedili adiacenti a quella in cui io sono seduto, una ragazza tiene fra le mani un libro di Fabio Volo, ma più che leggerlo pare lo usi come antistress: un po’ lo apre, un po’ lo chiude, poi lo riapre, ne legge due parole, lo richiude, si rimette a parlare col suo ragazzo, poi nuovamente lo riapre per poi richiuderlo facendoselo rigirare fra le mani.
La cosa non mi stupisce più di tanto, quella volta che mi ritrovai a leggere la sola introduzione, scritta dall’autore stesso, di uno dei suoi libri, mi era salito un senso d’imbarazzo verso Volo, voglio dire, io mi vergognerei a scrivere una merda simile, madonna autocarro che vola da un dirupo.

Questa ultima settimana, dato che è già da un po’ che sono in ferie, ho preso degli orari strani: andavo a dormire che ne so, alle 17,30, o alle 19,00, e mi risvegliavo verso le due o le tre di notte.
Alle 05,40 avevo il treno per Milano Centrale, e da Centrale mi sono poi spostato a Malpensa.

Il vecchio Ema, il mio coinquilino nonché migliore amico, come al solito mi ha accompagnato in macchina in stazione, mi manca già quello stronzone maledetto.
Il viaggio in treno è andato a gonfie vele, con tutti i treni che ho preso nella mia vita e, soprattutto, nell’anno appena trascorso, ormai ci sono abituato, mi sembra una cosa normalissima, rilassante.
Certo, se sei preso male come me in questo periodo, la mente inizia a viaggiare, a fare pensieri del cazzo, ma tanto, quelli li fai comunque.

Arrivo a Malpensa, faccio il check-in e passo gli X-Ray.

Ovviamente, come al solito, mi fanno buttare la bottiglietta d’acqua, cosa che proprio non riesco a comprendere visto che poi, appena superi gli X-Ray ci sono mille punti vendita in cui puoi comprare tutte le bottiglie d’acqua che vuoi, sta cosa non riuscirò mai a spiegarmela, di cosa hanno paura, che con della cazzo di acqua ci costruisci una bomba al plastico in stile McGuyver?
Per la prima volta nella storia, al mio passaggio sotto i raggi X non suona nulla, alzo le braccia in segno di vittoria e proseguo alla ricerca del mio gate.

Una cosa che mi fa incazzare abbestia quando devo prendere un aereo è che, puntualmente, il gate a cui devo dirigermi è sempre quello più a puttane.
Ricordo quando tornai da Francoforte, stavo per perdere l’aereo, e il mio gate era tipo l’ottantasettesimo, quindi dovetti farmi circa un chilometro di corsa e a piedi dentro l’aeroporto.

Salgo sull’aereo e porcoddio, credo di non aver mai visto delle donne così fighe come le hostess singaporiane (si dirà così? Boh, sono sull’aereo e non ho manco internet per andare a controllare, madonna satellitare). Ce n’è una, soprattutto, che mi piace da impazzire, ha quel classico sorriso della serie “prendimi a cappellate sopra i denti” che mi fa uscire di testa, eppure stranamente il cazzo non mi tira, si vede che sono un po’ provato fisicamente: sono stati giorni tosti questi per Mike, ho preparato un esame praticamente in dieci giorni, svegliandomi a orari improbabili e studiando giorno e notte, e continuo ad avere la pressione molto bassa.

Oltre ciò, sento di essermi sinceramente rotto il cazzo di queste scopate occasionali, vorrei un po’ di affetto, affetto che ormai da più di un anno non ricevo da nessuno, e la cosa comincia a pesarmi a dei livelli incontrollabili, non vorrei che il mio pene cominci a sentire uno strano senso di rigetto verso queste cazzo di relazioni fredde e distaccate, ma chi lo sa, probabilmente sono solo stanco e basta.

Ora che ci penso, in questi ultimi giorni in cui ho studiato, non ho fatto altro che segarmi, ormai la masturbazione era diventata una specie di tic per me, lo facevo senza manco accorgermene, ero lì mentre studiavo e zac! mi ritrovavo con la mano misteriosamente fra i coglioni, tanto che un pomeriggio di studio si trasformava in una clamorosa maratona di seghe . Chi lo sa, forse gli ho chiesto troppo, o forse devo solo recuperare un po’ le forze, forze risucchiate totalmente dal mio maledetto lavoro notturno, e dalla mia pessima alimentazione da ragazzo single che non vive più a casa dei suoi genitori: se è vero, come disse Feuerbach, che l’uomo è ciò che mangia, allora io probabilmente sto per tramutarmi in una scatoletta di tonno Riomare.

Sull’aereo c’è un gruppo di tardone over cinquanta accompagnate da un tipo pelato decisamente frocio sulla quarantina, che continuano a fare casino e a gironzolare per l’aereo; fortuna che ho la musica sparata a stecca nelle orecchie e non le sento.
Un tipo seduto nel sedile dietro al mio, ogni tanto mi punta le ginocchia sulla schiena, se non la pianta giuro che gli strappo le gambe e gli insegno a camminare con le mani, diporcomostro.

Le file sono composte da tre sedili, e io ho rigorosamente chiesto quello che dà sul corridoio: odio stare dalla parte del finestrino, mi fa sentire in trappola e poi ho troppo poco spazio per muovermi.
A fianco a me ci sono due individui, credo si tratti di una coppia, ma non vedendoli scambiarsi effusioni di alcun tipo non posso averne la certezza.

Ho passato praticamente metà del viaggio a scoreggiare: sì, non appena i due tizi seduti a fianco a me si sono addormentati, ho iniziato a darci giù di gas, cazzo me ne fotte porco dio.
E anche se i due ormai si sono svegliati, sto continuando a farlo allegramente, tanto hanno le cuffie e non mi possono sentire e poi, mentre dormivano, ho constatato che non puzzano, quindi il fatto che io stia scoreggiando rimarrà solo un segreto, fra me, il mio culo, e questo stupido sedile.

Chissà fra quanto cazzo arriveremo a Singapore, ancora non ho capito quanto dio porco duri questo viaggio, ma se devo essere sincero manco m’importa: alla fine io me la sciallo, scrivo al computer, ascolto musica, ah, sì, e scoreggio.

 

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