Apnea notturna – Capitolo 1

Apnea notturna – Capitolo 1

Binario numero sei, un altro treno in transito.

Ricordo benissimo, quando ero un bambino, mia madre mi portava sempre alla stazione ferroviaria, voleva insegnarmi fin dall’infanzia che le persone vanno e vengono, che il tempo molte volte può apparire mortale, voleva educarmi a combattere l’attesa, a sconfiggere la noia.

Non era enorme la stazione del quartiere in cui vivevamo, ma non era nemmeno troppo piccola, era adatta allo scopo.

Molto spesso mi portava proprio in quel binario, il binario numero sei.

Era diverso rispetto agli altri, per qualche arcano motivo. Ci sedevamo su una panchina, potevamo stare lì anche due, tre ore, o un pomeriggio intero.

Scrutavo quelle vetture che passavano, a volte si fermavano, altre volte no, e poi c’erano i treni merce infiniti, lunghi chilometri, molto spesso provavo a contarne i vagoni, ma non ero ancora abbastanza esperto con i numeri. Osservavo in silenzio il via vai di persone che salivano e scendevano, rammento ancora perfettamente la sensazione di turbamento che mi evocavano tutti quei treni, tutte quelle persone, quel luogo che mi appariva così triste e metafisico.

Eppure in stazione non c’è solo la gente che parte: dai treni scendono persone che tornano, che arrivano da chissà dove, e molto spesso c’è qualcuno ad attenderli. Ma nonostante tutto, a me rimanevano impressi soltanto gli addii.

Questa abitudine mi è rimasta tutt’ora: a distanza di anni, ogni tanto passo in quella vecchia stazione. Tutto è rimasto come un tempo, l’unica differenza è la voce che esce dall’altoparlante: non più uno speaker sta dall’altra parte, ma un computer, che annuncia i treni in arrivo, si scusa per quelli in ritardo e, di tanto in tanto, ripete le solite frasi: “per ragioni di sicurezza la stazione è sorvegliata da telecamere, non lasciate incustoditi i vostri bagagli” oppure “ è severamente vietato aprire le porte esterne dei treni quando non sono completamente fermi” e tu ti chiedi chi potrebbe essere l’imbecille che fa una cosa tanto stupida, rischiando di rimanere spappolato in mezzo alle rotaie. Eppure una volta vidi un ragazzo salire su un treno già in corsa, una scena che di solito si vede in quei film ambientati in India, dove ci sono quei pullman stracolmi di gente e le persone che improvvisano acrobazie improbabili per riuscire a trovare un appiglio.

In quel grigio pomeriggio autunnale invece, non ero lì solo per osservare, dovevo andare dal dentista, che si trovava due quartieri più in là, esattamente a due fermate di treno. Avrei potuto anche prendere l’autobus, ma quando potevo sceglievo sempre le antiche rotaie. Trovo i viaggi in treno più rilassanti di quelli in bus, i paesaggi che traspaiono dai finestrini sono molto più vasti ed enigmatici.

A volte mi capita di osservare quelle case, quei luoghi misteriosi che si notano durante il tragitto, vedo le barche ormeggiate nei piccoli moli, e mi domando quando è stata l’ultima volta che hanno salpato verso il mare aperto, oppure noto la gente camminare per le strade, occupare le spiagge, chissà chi diavolo è tutta quella gente.

E vedo abitazioni sperdute nel nulla, quando le noto provo ad immaginare le persone che vi vivono dentro, il tipo di vita che conducono, magari sono solo case di campagna, anzi, molto probabilmente lo sono, oppure ci vive qualche contadino, uno degli ultimi sopravvissuti.

Molto spesso dai finestrini si vedono scorrere velocemente i nomi di alcune località…

Vi sono stazioni in cui treni non fermano mai…

Di notte i viaggi in treno diventano ancora più mistici: le luci delle case sembrano non accontentarsi di un semplice sguardo, pretendono un’attenzione quasi cerimoniale. È proprio in questi momenti, quando osserviamo le luci delle case, anche se in realtà sono esse a scrutare noi, a guardarci dentro, che ci rendiamo conto di essere solo dei minuscoli punti insignificanti all’interno dell’universo infinito.

Questa volta invece, il viaggio durò così poco che nemmeno per gioco ebbi il tempo di osservare i paesaggi che scorrevano oltre i finestrini.

Scesi.

Che puzza che c’è sopra i treni e nelle stazioni, un odore di ferro si mischia al fetore di essere umano, quando scendo da quelle orrende vetture mi sento l’uomo più sporco del mondo, mi sembra di non essermi lavato mai.

L’odore di ferro si attacca ai miei baffi e se per sbaglio la mia lingua lo incontra, le mie papille gustative si scontrano con un aspro sapore di ruggine, e il puzzo tremendo emanato dai freni delle ruote dei treni insieme a quello di chi, come purtroppo spesso succede, non ama lavarsi, intasa le mie narici costringendomi a tapparmi il naso.

Me lo dissero gli agenti della polizia ferroviaria:

«Le ferrovie sono il buco nero della società, tutto il marcio che c’è nelle strade si riversa poi sopra i treni».

Bel pomeriggio quello, sprecato a girare come uno stronzo sopra gli sporchi vagoni delle Ferrovie dello Stato in compagnia di alcuni simpatici poliziotti e facendo avanti e indietro per le strade della città, sempre insieme a loro.

Vi starete chiedendo perché passai un’intera giornata con degli agenti, per giunta agenti della polizia ferroviaria. No, no, non avevo fatto nulla di male, il fatto è che mi accadono sempre un sacco di cose un po’ insolite, e quindi poi, ne ho altrettante da raccontare.

A volte credo di avere una calamita per le calamità, o qualcosa del genere, che poi, voglio dire, non era successo nulla di grave in fondo, niente di così catastrofico o trascendentale, una seccatura certo, quello sì, una bella seccatura.

Mi ero recato all’ufficio della polizia ferroviaria per sporgere una denuncia, quindi di certo non stavo andando lì per divertirmi, né tanto meno fu divertente il motivo che mi spinse a una tale decisione. Insomma, per dirla tutta, mi ritrovai in compagnia di questi simpatici agenti perché sul treno uno zingaro mi aveva minacciato e rapinato, e poi, avendolo incontrato nuovamente il giorno seguente, ci aveva riprovato.

Certo era stato uno zingaro, ma poteva esser stato chiunque.

«Coosaaa!? Gli hai dato dieci euro? Ma dovevi dargli un pugno sul grugno, altro che dieci euro!», mi disse l’agente. Si, quello zingaro mi chiese dei soldi, io glieli diedi, l’agente non sembrava molto d’accordo con la mia reazione.

«Si, lo so agente, ma… avendo pochi soldi dietro ho preferito darglieli ed evitare una colluttazione».

«Vabbè, facciamo questa denuncia, avanti, che cosa è successo con questa faccia di merda?».

Mentre esponevo all’agente i fatti accaduti, ossia che questo zingaro mi aveva appunto rapinato il mercoledì e poi, il giovedì, mentre mi trovavo nuovamente sul treno con la mia ragazza, lo avevamo incontrato di nuovo e lui ci aveva riprovato, arrivò un tale ispettore, sì, un tale ispettor Tal dei Tali che, dopo avermi fatto qualche domanda, mi fece una proposta.

«Ascolta giovanotto, ti andrebbe di prendere il treno con tre dei nostri agenti, e vedere se lo becchiamo?».

“Figaataaaa! Proprio come nei film!”.

«Certo ispettore!».

E lo prendemmo, questo fottuto treno. Mi trovavo con tre poliziotti, uno alto, con la faccia da scemo, con la voce da scemo, con le movenze da scemo, insomma, con tutto da scemo; l’altro era basso e tarchiato; l’altro ancora sembrava uscito da un film che parla di poliziotti in borghese: alto, muscoloso e con gli immancabili occhiali da sole in stile Miami Supercops.

Io, dopo aver fatto un giro per tutti i vagoni, mi appostai in coda al treno, luogo in cui avevo incrociato lo zingaro l’ultima volta. Loro, seduti in un vagone più in là, pronti ad intervenire se fosse successo qualcosa.

A dire il vero non avevo auricolari o cose del genere, soltanto il telefonino e il numero di uno di loro, quello con la faccia da scemo, per intenderci. L’ispettore mi aveva detto che non sarebbe potuto succedermi nulla, quando invece sarebbe potuto accadere di tutto: tanto per cominciare, vorrei capire come avrei fatto a fare una telefonata in una situazione di pericolo; in secondo luogo, se il fantomatico zingaro fosse arrivato mentre il treno era in galleria, e il cellulare non avesse avuto campo? È innegabile, lo Stato sta andando a bagno, le Ferrovie dello Stato, siccome va a bagno lo Stato vanno a bagno anche loro, figuriamoci la polizia delle Ferrovie dello Stato.

Fatto sta che questo zingaro non si presentò, e dopo alcune fermate prendemmo un treno per tornare indietro, ripetendo la procedura, o per lo meno così io credevo. Mi misi in fondo al treno e per tutto il viaggio, che durò una mezzoretta, non ci fu nulla di sospetto. Arrivato alla penultima fermata, visto che non veniva a recuperarmi nessuno, andai io a cercare questi poliziotti. Di tre ne ritrovai solo uno, dalla parte opposta del treno, e fu così che mi resi conto di quanto pericolo avevo corso.

L’unico reduce di quei tre agenti, quello basso e tarchiato, mi riportò nell’ufficio della polizia ferroviaria che si trovava in stazione. Aspettammo un altro agente, anch’egli basso, pelato, e più anziano dei tre che avevo visto in precedenza, e poi andammo dalla parte opposta della città con una delle loro macchine, in un luogo che sembrava una specie di base, dove si trovavano le riprese delle telecamere di tutte le stazioni.

Mentre eravamo in macchina, ebbi l’occasione di conversare con i due agenti che, nonostante tutto, si rivelarono piuttosto simpatici e gentili, e così ne approfittai per fare loro alcune domande: sì, volevo vedere se tutti i luoghi comuni che si sentono sui poliziotti fossero veri.

A queste domande i due poliziotti, molto ingenuamente, mi rispondevano senza problemi.

«Mi scusi signor agente, ma se per caso io, invece che dargli i soldi e poi sporgere denuncia gli avessi messo subito le mani addosso, non sarei passato dalla parte del torto?»

Quello pelato, il più anziano dei due, con tono quasi divertito mi rispose:

«Guarda, tappati le orecchie e fai finta di non sentire, ma se tu gli avessi spaccato la faccia, io ti avrei stretto la mano».

«Ma poi non rischio di avere delle ripercussioni legali?».

«Beh, basta che in tribunale dici che ha cominciato lui…», rispose l’altro agente, facendomi capire che tanto quello era solo uno stupido zingaro, e che se non lo avevo menato io lo avrebbero fatto loro una volta arrestato.

«Mi raccomando però, queste cose però non andare a dirle in giro!».

«Stia tranquillo agente, non si preoccupi!», risposi, cercando di trattenere quel sorrisetto malizioso che lottava per fare capolino dalle mie labbra.

Riconobbi subito lo zingaro dalle riprese delle telecamere della stazione in cui era sceso il giovedì, allora gli agenti le salvarono in un dischetto.

Andammo in un altro ufficio che si trovava sopra la stazione principale, quella da dove eravamo partiti, e quindi ripercorremmo di nuovo tutta la città.

I due agenti mostrarono le immagini ai loro colleghi che, non curanti della mia presenza, in tutta tranquillità facevano commenti del tipo:

«Poveretto, questo non sa cosa rischia!».

«Sì… lo sacchiamo di botte appena lo prendiamo!».

Alla fine quel giorno arrivai a casa per le otto di sera, stremato perché ero in giro dalle undici del mattino, però devo ammettere che fu una giornata istruttiva e divertente.

Dovetti tornare in quello studio della polizia ferroviaria altre due volte, la prima pochi giorni dopo perché dovevano mostrarmi altre immagini prese direttamente dalla telecamera presente nella carrozza (chi lo avrebbe mai detto, ci sono delle telecamere nei vagoni dei treni!); la seconda, invece, avvenne dopo circa tre mesi, volevano che riconoscessi la foto dello zingaro in mezzo alle foto di altri tre tizi, e una terza volta invece vennero loro a casa mia per farmi firmare delle carte, in quanto io ero ammalato e non potevo recarmi nel loro studio.

Alcuni mesi dopo mi arrivò una lettera di scuse da parte dello zingaro redatta da un avvocato con un assegno di rimborso “morale” con pochi soldi e con su scritto che il nostro amico era dispiaciuto per l’accaduto, e che la sua condizione lo portava a chiedere l’elemosina. Chissà, forse il concetto di elemosina si presta a diverse interpretazioni…

Chiamai lo studio legale da cui proveniva tale lettera, e mi fu riferito che probabilmente non sarei dovuto andare a testimoniare. Non immaginavo che lo sporgere una denuncia implicasse tutti questi problemi…

Quel pomeriggio invece, nessuno zingaro, niente inseguimenti sui treni o cose del genere, c’era solo quella disgustosa puzza d’essere umano e di ferraglia arrugginita.

Uscito dalla stazione, sudicia e fatiscente, i cui muri sono anneriti e ricoperti di scritte, spero sempre in un colpo di vento, quasi ad illudermi che un poco d’aria possa spazzare via tutti i germi che hanno invaso il mio corpo sul treno.

Lo studio del dentista si trova non molto lontano dalla stazione, basta attraversare la strada e percorrere un porticato alla fine del quale c’è una piccola piazza.

Raggiunsi il portone e suonai il citofono, sentii lo schiocco della serratura schioppettare nell’immediato, salii non molti scalini, la porta socchiusa scrutava l’oscurità dell’ultima rampa di scale, lasciando trasparire un anfratto di luce.

La segretaria mi salutò chiamandomi per nome, erano anni che andavo in quello studio. Posai la giacca nell’appendiabiti posizionato accanto alla porta e andai a sedermi nella sala d’aspetto dall’aspetto un po’ spoglio e un po’ cupo, un paio di quadri sulle pareti, alcune riviste su un tavolino.

Un manipolo di sedie abbarbicate al pavimento ed accostate contro i muri solitamente pativano in silenzio il peso della gente che su di esse si sedeva, e la finestra pareva messa in quella stanza per regalare una breve sensazione di libertà, una sensazione talmente minima che non ti rende affatto libero, ma che anzi rigetta il tuo inconscio in uno stato di disagio interiore apparentemente immotivato e senza senso.

Fortunatamente quel giorno ero il solo ad attendere nella stanza, aspettavo tranquillo che qualcuno facesse il mio nome, nella speranza che arrivasse il mio turno benché lì dentro fossi il solo, per l’appunto.

Ad un tratto decisi di aprire i vetri di quella finestra e di affacciarmi, avrei preso un poco d’aria e avrei osservato tutt’intorno, nonostante lo studio del dentista fosse al secondo piano, e quindi non ci fosse una vista molto ampia…

Fa sempre bene gettare uno sguardo verso il cielo, per quanto cupo possa essere.

Apnea Notturna copertina



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