Giorno 3 – My Australian Business – Australianal Journey

“My Australian Business”

Sabato 8 febbraio 2014, ore 07.11 P.M.
West Hoxton, Liverpool, Sydney, New South Wales, Australia.

Questa mattina mi sono svegliato presto, verso le otto del mattino. Il mio sonno è stato interrotto da un gruppo di uccelli copulanti che starnazzavano allegramente.
Poco male, intanto la sveglia sarebbe suonata ne giro di pochi minuti, e non mi capitava da secoli di ricevere un così dolce risveglio.

Guardo fuori dalla finestra, un sole cocente risplende nel cielo.

A pensarci bene, credo di essere meteoropatico, davvero, le nuvole e la pioggia mi mettono addosso una tristezza infinita, mentre con una giornata di sole del genere, mi sento molto meglio.
Ieri sera il cugino di mia madre, Salvatore, è venuto a recuperarmi con la sua compagna su ‘sto mega SUV della madonna, color grigio. I sedili sono ricoperti da una specie di pelo sempre grigio, cazzo che figata gli australiani.

Dopo un’ora di macchina arriviamo a West Hoxton, una frazione di Liverpool, zona in cui i miei fantastici cugini abitano.

Ad attenderci c’è Maria, la figlia di Salvatore (e quindi, facendo rapidi calcoli, mia cugina di terzo grado) e il suo ragazzo, Alessandro.
Dopo i soliti saluti, convenevoli e stronzate varie, cominciamo a mangiare: il pasto prevede fette di salumi vari, formaggi, pomodori, niente male dio incrostato.
Dopo poco arriva il fratello di Salvatore, Paolo, con la compagna, e quindi, facendo nuovamente due rapidi calcoli, se Salvatore è mio cugino di secondo grado, e Paolo è suo fratello, anche Paolo è mio cugino di secondo grado.

Con tutti ‘sti parenti si diventa scemi dio nefasto!

Serafina, la compagna di salvatore, tira fuori una mega torta gelato con la scritta “Benvenuti in Australia”, il plurale non l’ho molto compreso, visto che alla fine ero arrivato solo io, ma ho apprezzato il gesto da morire.

In ordine, Salvatore, me, Paolo.

In ordine, Salvatore, me, Paolo.

Dopo aver mangiato la torta, Paolo se ne va, e io corro dentro il cesso: dio porco, non cagavo da tipo trenta ore, penso di aver cagato catrame con tutta la merda che mi hanno dato da mangiare sull’aereo.

Arriva l’ora di andare a dormire, e intanto io sono sveglio da circa trentadue ore. Mi tiro una sega per conciliare il sonno e mi faccio una bella doccia.
Mi caccio sul letto con la testa che è un pallone, qui fa un caldo boia, posso riprovare l’ebrezza di dormire in mutande dopo tanti mesi, dopo poco mi addormento.

E ora eccomi qui, dopo una mattinata intensa passata fra le acque del Paramatta River e quelle della Sydney Harbour, la splendida baia di Sydney.

Sta mattina, verso le nove usciamo di casa, dopo una buona colazione. Qui in Australia o, almeno, in casa dei miei parenti, si mangia solo roba a contenuto ipercalorico, infatti spero vivamente di poter andare un po’ in palestra o a farmi qualche bella nuotata perché se no ingrasso da fare schifo.
Saliti sull’automobile, dopo una bella oretta di macchina giungiamo a “Paramatta”, città famosa da queste parti perché un tempo c’era un ospedale psichiatrico, e direi che già il nome di questo paese la dice lunga.

Finalmente saliamo sul “Rivercat”, un traghetto che ti porta nei meandri di questo grosso fiume.
I miei parenti si mettono all’interno della piccola nave, io resto fuori a prendermi il sole e a fare foto, i raggi risplendono, il cielo è azzurro, ma leggermente desaturato.

Il Paramatta River

Il Paramatta River

Sul ponte faccio amicizia con un signore statunitense dell’Alabama, sì insomma, il classico americano col cappellino e i capelli bianchi che si vede nei film. Decido di tirarmela, gli racconto che sono uno scrittore italiano venuto in Australia per provare a far pubblicare i suoi libri anche qui ed ampliare il proprio “business”.

Ahahah, cazzata, niente vero, in realtà sono solo un povero coglione alla ricerca di se stesso, o in cerca di gnocca, o forse nessuna delle due, ma quale business e business porco dio, alla fine per quale cazzo di motivo sono venuto in Australia? Ah, giusto, sì, perché non sto bene di testa, e avevo bisogno di staccare, o di staccarmela, la testa.

Che poi alla fine non è nemmeno così falso, ho già detto ai miei cugini che mi piacerebbe provare a far uscire i miei due romanzi pure qua, e forse domani mi fanno conoscere una persona che potrebbe aiutarmi. C’è chi sulle cose ci mette il cuore, c’è chi invece le cose se le infila nel culo. Io, nel mio piccolo, non faccio né l’una nell’altra cosa, molto semplicemente mi pongo degli obiettivi che cerco di raggiungere; se poi ci riesco bene, se non ci riesco fa lo stesso, alla fine la mia vita è tutta un susseguirsi di decisioni sbagliate che, però, mi hanno sempre portato a qualcosa.

Da un po’ di tempo a questa parte ho smesso di sognare, per tutta la vita sono stato un sognatore, ma ora ho deciso di fermarmi.
I sogni in quanto tali sono ingiuste mistificazioni, illusioni che non potranno mai realizzarsi, il sogno è solo misera finzione e, proprio per questo, ho deciso di schiudere le mie stolide palpebre, di svegliarmi e di interrompere questi stupidi sogni che ho sempre inseguito, ormai da molto tempo non parlo più di sogni, ma di obiettivi.

L’obiettivo è un qualcosa di pragmatico, pregnante, immanente, il sogno è solo una visione che lo scellerato insegue per tutta la vita, senza mai raggiungerlo, come l’asino fa con la carota appesa a un palmo dal suo muso.
Non rinunciate ai vostri sogni, ma mutateli in un qualcosa di più onesto e più reale, tramutate i vostri sogni in obiettivi, solo così si potrà ottenere qualcosa in questa nostra misera esistenza, alla fine sognare è una stronzata, sognare è una cosa per perdenti.

Il Rivercat si addentra fra i meandri di questo fiume, all’interno di un paesaggio mezzo naturalistico mezzo urbano, un posto davvero strano l’Australia.

Simpatici australiani su piccole barchette che mi salutano, teneri :D

Simpatici australiani su piccole barchette che mi salutano.

Intanto che il letto del fiume un po’ si allarga fino ad entrare nella baia, il traghetto aumenta la velocità, il vento si alza e il mare comincia a squirtarmi gocce salate sulla faccia.
Sì, devo ammettere che questa mattina, su quella maledetta barca dimmerda, per un paio d’ore la mia depressione del cazzo è andata a farsi fottere, stavo bene, in pace con me stesso, per un attimo mi sono davvero auto-convinto di essere uno scrittore venuto in Australia per ampliare il proprio “business”.

Scesi dal Rivercat ci ritroviamo in pieno centro a Sydney e mi guardo intorno. La gente qui in Australia è strana quasi quanto l’Australia stessa, non si capisce nulla: cioè, alla fine, se vai in un posto, di solito riesci tendenzialmente a distinguere l’abitante medio dal turista.

Gli australiani invece sono i turisti di loro stessi, l’australiano medio sembra un po’ inglese, un po’ tedesco, un po’ terrone, ma anche giapponese, per non parlare poi di quelli mezzi negri sbiaditi, che poi sarebbero i veri Australiani, che ormai si sono praticamente estinti.

Alla fine l’Australia è un popolo di scappati di casa, di prigionieri britannici che gli inglesi hanno cagato qui secoli fa perché non sapevano dove cazzo infilarli, di terroni emigrati dall’Italia in cerca di fortuna, in poche parole l’australiano medio non esiste, gli abitanti di qui sono il frutto di generazioni di scopaggi misti fra gente di ogni razza e colore, possiamo quasi dire che l’australiano sia un po’ il cittadino del mondo.

Dopo poco saliamo su un altro traghetto, decisamente più grosso del primo, in cui facciamo una mini crociera della durata di due ore e mezza all’interno della Syndey Harbour.
Sulla nave c’è un buffet in cui puoi mangiare quanto vuoi, e io decido di abbuffarmi, fanculo sono appena arrivato, potrò concedermi qualche sfizio no?

Finito di mangiare me ne vado all’aria aperta e a prendere il sole, continuando a scattare mille foto dal ponte di questa seconda nave, sono peggio di un cinese.
La baia di Sydney è molto particolare, mille palazzi e case costruite dappertutto, nel mezzo di gigantesche aree verdi. Nel bel mezzo della baia, vi si trova l’ “Harbour Bridge”, un mastodontico ponte che collega una parte della baia all’altra. Le architetture alle volte mi ricordano un po’ quelle di New York, ma sistemate a caso, sparse totalmente a cazzo per il territorio: ho come avuto l’impressione che qui chiunque abbia la possibilità di costruire lo faccia a suo piacimento e come minchia gli gira.

Dopo due ore e mezza di tuur in nave per la baia, riprendiamo il Rivercat e torniamo indietro. Io mi rificco fuori sopra il ponte con in cuffia il disco degli Aborted “Engineering the Dead”, e continuando a scattare foto.

Intanto la musica incalza, il vento si alza, io mi gaso, mi sento il padrone del mondo, mi verrebbe voglia di gridare un potentissimo “PORCODDIOOOO!” lì, in mezzo a tutti, ma perché farsi espellere dall’Australia già dal secondo giorno?
Rinuncio alla bestemmia, ma fanculo, mi metto a fare headbanging da solo come un coglione, con tutte le vecchiette che mi guardano e sorridono divertite: meno male, fossimo stati in Italia sicuro mi avrebbero tutti osservato con l’occhio storto, invece qui, in ‘sto cazzo di continente, tutti sembrano felici e soddisfatti, beati loro, dio castoro.

AUSTRALIA



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