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Il racconto di me che scrivo il racconto di me che scrivo il racconto di me che scrivo il racconto periodico

Il racconto di me che scrivo il racconto di me che scrivo il racconto di me che scrivo il racconto periodico

Drawing_hands

E’ da una vita che non scrivo un racconto, così mi sono detto “perché non scrivere il racconto di me che scrivo un racconto?”. Lo so, di primo acchito può sembrare una cosa inutile, fuori di testa, e probabilmente è la stessa cosa che avrà pensato il primo pittore che ha deciso di dipingere se stesso mentre dipinge. Certo, mi direte voi, per un pittore che dipinge se stesso mentre dipinge forse è più semplice dipingere se stesso mentre dipinge piuttosto che per uno scrittore scrivere il racconto di se stesso che scrive un racconto, alla fine il pittore crea comunque un quadro con dentro un soggetto all’interno di un contesto, qui fondamentalmente, in un lavoro di questo tipo, cosa posso fare io scrittore che scrivo il racconto di me stesso che scrivo un racconto?

In realtà dovrò fare esattamente quello che fa il pittore che dipinge se stesso mentre dipinge, ossia scrivere di me mentre compio proprio quell’azione che mi serve per scrivere un racconto, ossia appunto scrivere.
E’ un po’ come se il mio spirito di scrittore uscisse dal mio corpo, e iniziasse a guardarlo dall’esterno mentre è intento a scrivere, è un’operazione che mi costringe a perdere i sensi, ad andare in coma, e a rimanere sospeso fra la vita e la morte, appeso a quel filo che separa l’ispirazione dalla più tremenda sterilità immaginativa.

Ed ora eccomi qui, mi trovo nella mia stanza, la luce soffusa di una lampada accarezza ogni cosa in modo opaco e cerimoniale, avvolge il caos e il disordine che contraddistinguono la mia persona e l’habitat in cui passo la maggior parte del mio tempo. In questo preciso istante mi trovo seduto sul mio letto a due piazze nel delirio più totale: in una delle metà del letto, quella destra, ci sono un sacco di vestiti, uno dei miei quattro cuscini, coperte e lenzuola arrotolate e stropicciate, una montagna di stoffa e m*rda, il disagio; nell’altra metà ci sono io, indosso una canottiera della pelle bianca, di quelle che si mettono quando si è bambini per non ammalarsi, i miei occhiali vecchi di una quindicina d’anni, storti, sporchi e rigati appoggiati sulla punta del mio naso. Ho i capelli di media lunghezza, né troppo lunghi, né troppo corti, di quel biondo cenere che non sa di nulla, un colore scialbo e inutile; la mia barba trascurata da diverso tempo, il mio pizzetto disordinato, assomigliano nell’insieme a un cespuglio incolto. Mi mordo il labbro superiore in maniera convulsa, l’immagine di me che digita tasti in modo ossessivo, come un pazzo maniaco, m’innervosisce.
Mi rendo conto che osservarmi dall’esterno non è proprio il massimo, sembro un autistico intrippato in chissà quale problema mentale, non riesco a capire se sono così sempre o solo ora, che sto immaginando me stesso mentre faccio qualcosa. Forse è proprio l’immagine di me stesso a rendermi nervoso, se non mi stessi osservando come un esterno, probabilmente sarei molto più tranquillo e pacato.

Il mio mac è appoggiato sulle mie gambe, separato dalle cosce tramite un cuscino, rinchiuso dentro una federa color vaniglia. Le mie gambe sono incrociate, e nude, non indosso pantaloni, nonostante sia inverno: i miei genitori hanno il pessimo vizio di tenere il riscaldamento al massimo, facendomi crepare di caldo come un povero str*nzo essiccato sotto il sole nel deserto.
Il mio volto è completamente assorto e concentrato nella scrittura, ogni tanto mi distraggo, smetto di scrivere, mi perdo in caz*ate, molto spesso una mano si stacca dalla tastiera e mi finisce sul caz*o, esatto, io mi tocco il caz*o chissà quante volte durante il giorno, senza nemmeno rendermene conto, chissà se lo faccio anche per strada in mezzo alla gente senza farci caso, chissà che strana e folle appare la mia persona a chi mi osserva dall’esterno. E’ la prima volta che faccio questo lavoro, il lavoro di scrivere il racconto di me che scrivo un racconto. Che poi, se analizziamo la faccenda in modo più specifico, il titolo non è corretto o, per lo meno, risulta incompleto. Già, di fatto non sto scrivendo un racconto qualunque, ma il racconto di me che scrivo un racconto, e il racconto che sto scrivendo nella situazione descritta nel racconto in cui descrivo me che scrivo un racconto, è proprio il racconto di me che scrivo il racconto di me che scrivo un racconto, e quindi, secondo questa considerazione, il titolo dovrebbe essere una cosa del tipo “Il racconto di me che scrivo il racconto di me che scrivo il racconto di me che scrivo il racconto…”. Ecco fatto che ho creato un paradosso, ho creato un racconto con un titolo periodico, è un circolo infinito, che non trova mai pace, in cui ci sono io che descrivo me stesso intento a scrivere un racconto, ma quale racconto in particolare? Il racconto di me che scrivo un racconto, il racconto di me che scrivo il racconto di me che scrivo un racconto, ossia il racconto di me che scrivo un racconto… Da questa situazione non se ne esce, non c’è via di fuga, mi sono auto-imprigionato per l’eternità all’interno di questa immagine creata da me stesso, da quello che sto scrivendo, questo pensiero mi mette terribilmente a disagio, nel petto si genera una sensazione di oppressione, il respiro si appesantisce, l’ansia inizia a divorare il mio corpo, dall’interno,  il terrore s’insinua nei miei occhi.

Spalanco le palpebre, la situazione che ho generato ormai si è materializzata davanti alle mie pupille come un’orrenda certezza, mi sono condannato da solo all’ergastolo, sono finito nel limbo degli scrittori. Chissà se oltre a me c’è pure qualcun altro, chissà se qualche altro scrittore, nella storia dell’umanità, ha mai avuto l’idea di scrivere il racconto di se stesso che scrive un racconto, per poi scavare più a fondo e arrivare a comprendere l’inquietante verità che nasconde un tentativo del genere. Chissà se qualcun altro è caduto all’interno si questo terribile tranello imprevedibile, chissà in quanti hanno scoperto questa formula, la formula di questa orrenda stregoneria, chissà in quanti hanno condannato la propria anima da scrittore al vortice infinito dell’auto-descrizione di sé intenta a descrivere se stessa mentre racconta di sé stessa che descrive sé stessa: io spero nessun altro.

Ho capito che, in fondo, è giusto sacrificarsi, è giusto che io sia il primo, ma anche l’ultimo.
E’ proprio per questo che, sperando che il mio messaggio arrivi ai posteri, mi sento in dovere di darvi un avvertimento, un consiglio molto importante che tutti dovrete rispettare: se mai, per qualche strano motivo, vi dovesse venire in mente l’assurda idea di scrivere il racconto di voi stessi intenti nello scrivere un racconto, beh, non fatelo, perché se sarete abbastanza arguti, il rischio di rimanere intrappolati per sempre all’interno del vostro stesso racconto è pericolosamente troppo alto.

Mike the Meme



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