Una giornata di lavoro come tante

“Una giornata di lavoro come tante”

Se c’è un aspetto che odio del mio lavoro, è quello di dover entrare nelle case della gente. Voglio dire, fare il tecnico delle caldaie non è poi così male, se lavorassi per uffici o aziende non mi spiacerebbe affatto, ma entrare in casa di perfetti sconosciuti è un po’ come penetrare nella loro intimità, e la cosa mi mette davvero in imbarazzo: gli odori, i rumori, le liti smorzate al suonare del campanello che continuano attraverso gli sguardi, che io sento pesanti sopra di me, come macigni.

L’atmosfera di ogni nido familiare è sempre diversa, c’è chi mi accoglie con calore amicale, chi mi lascia lavorare freddamente, e in modo distaccato; ormai, dopo anni, ho imparato ad adeguarmi alle situazioni, sempre differenti l’una dall’altra, devo essere un trasformista sociale, costruire barriere che mi proteggono dall’essere uno spettatore indiscreto.

Quest’oggi mi tocca l’appartamento di un nuovo cliente, in una zona di periferia della città. La caldaia è una Vaillant, non trattiamo spessissimo questo tipo di prodotti, ma comunque mi sento piuttosto preparato.
Finalmente giungo a destinazione, nel portone ci sono pochissimi nomi a cui suonare, trovo il cognome che cerco, schiaccio il citofono.

Dopo un minuto abbondante ancora nessuno mi apre, eppure avevo chiamato un quarto d’ora fa avvisando il mio arrivo, faccio per telefonare nuovamente, ma sento il classico rumore, quello “BZZSTACK!” elettrico che indica l’apertura del portone.
Entro in un palazzo vecchissimo, le scale nere fatte in ardesia sono deformate dal tempo, dall’umido e dal peso delle persone che le hanno calpestate nel corso degli anni.
Salgo su per un paio di piani, le pareti sono sbiadite, la luce è spenta e a me fotte cazzi di accenderla.

Arrivo all’uscio, la porta si apre, mi ritrovo di fronte un ragazzo che avrà circa ventotto anni, barba incolta, capelli corti, biondicci.
Ha un aspetto piuttosto trasandato, sembra appena uscito da uno stato comatoso e vegetativo durato vent’anni, indossa un pigiama blu, e sopra di quello una vestaglia che avrei visto meglio indosso a un vecchio lord inglese ottuagenario.

“Salve, la caldaia è da questa parte” mi dice, senza neanche presentarsi.

Lo seguo addentrandomi per un cupissimo corridoio, in una delle due pareti strette, quella all’inizio del corridoio, sono accasciati dei sacchi dell’immondizia e decine di bottiglie di plastica vuote.
La finestra è spalancata e lascia entrare dentro il freddo delle mattine invernali.
La cosa mi fa bestemmiare alquanto, speravo di potermi riscaldare per questa stupida mezzora.

Nel medesimo corridoio, nella lunga parete sulla sinistra, attaccato vi è un mobile con sopra una televisione spenta, appoggiata al contrario, senza una vera motivazione logica.
Oltre al mobiletto, sbattuti contro la seconda parete più stretta, che si trova di fronte a me, il delirio più totale: ante di mobili, piccole sedie, di quelle che trovi dentro gli asili, travi di legno e altre puttanate:

“Ok, sono dentro la casa di un pazzo”, penso fra me e me, indeciso se chiamare i NAS o continuare a farmi i cazzi miei.

Finalmente, dopo aver percorso i tre metri e mezzo più lunghi della mia vita, raggiungiamo lo sgabuzzino in cui si trova la caldaia.
Lo sgabuzzino ovviamente non delude le mie aspettative: nonostante sia un buco del cazzo come qualunque sgabuzzino nel mondo, lì dentro c’era di tutto: sedie, scatole di fagioli, sacchetti di plastica, mobili, attrezzi, sembrava lo sgabuzzino di Mary Poppins porcoddio.

“Senta, i caloriferi funzionano?” chiedo, convinto di fare la domanda più scontata del mondo.
“Non ne ho idea, non li accendiamo mai”, risponde il tipo, con voce serissima.
“Okkeii… Adesso li accendiamo e vediamo se funzionano”.

Io continuo a fare i miei controlli del caso, accendo i caloriferi:
“Allora facciamo il contratto per i controlli annuali?” chiedo io, e il ragazzo annuisce con lo sguardo immobile.
“Perfetto, dove possiamo appoggiarci per firmare il tutto?”

Il ragazzo mi guarda smarrito:
è crisi.

Inizia a girare per casa, entra nel salone, intravedo un tavolo enorme con sopra un campo da calcio del subbuteo con mille pupazzetti che non c’entrano un cazzo col gioco, pupazzetti tipo quelli che trovi negli ovetti kinder o nelle scatole delle merendine. Chiude la porta del salone, va in cucina, chiude anche la porta della cucina per poi riaprirla dopo trenta secondi, uscire da lì e tornare da me:

“Senta, è un problema, mi serve del tempo” risponde il ragazzo, con la voce tipica degli agenti dei servizi segreti che ci sono nei film d’azione.
“No guardi, non si preoccupi, mi appoggio qui” rispondo, facendomi spazio su un comodino all’interno dello sgabuzzino.

Inizio a scartabellare, gli porgo il contratto, firma:
“Sono 94 euro, paga in contanti o vuole un bollettino?”
“Cash” e tira fuori un portafogli gigante e tutto trasandato pieno di tesserine e stronzate varie.

Il ragazzo paga in contanti:
“Allora, tutto fatto?” chiede il giovane consegnando i denaro.
“Sì sì, ancora cinque minuti!”
“Comunque piacere, io sono Mike!” mi dice il ragazzo tendendomi la mano.
“Ah, piacere, Matteo!” rispondo, facendo un sorriso.

Esco dal palazzo e risalgo sull’automobile aziendale: “Però, quel viso non mi è nuovo”, penso fra me e me.
Intanto, prima di avviare il motore controllo un attimo le notifiche su facebook, stanotte ho mandato la foto del cazzo a una tardona che ho pescato in un gruppo, e sto ancora aspettando che mi risponda.

Apro la bacheca e mi compare una foto: la faccia di un killer americano, sguardo perso nel vuoto, pieno di odio, una camicia color porpora, sopra l’immagine vi sono due scritte, una in cima e una in basso:

“IL TECNICO GLI ENTRA IN CASA PER CONTROLLARE LA CALDAIA – IL GIORNO DOPO SI SVEGLIA FREDDO”

Certo che questi americani sono proprio dei pazzi furiosi raga.

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