Bolo Isterico

Capitolo 1

A lui non importava nulla di lei, a lei non importava nulla di lui, eppure in un certo senso si amavano; inseguivano un sogno che mai nessuno dei due avrebbe potuto raggiungere, giocavano al tiro al bersaglio in uno squallido Luna Park di periferia.

Tutti e due erano stati feriti, entrambi non erano in cerca d'amore, ma di compagnia.

Certe sensazioni alle volte riaffioravano, ma solo per un istante, quasi per finta, per scherzo, era un amaro retrogusto di felicità, che accarezzava il palato in maniera nostalgica.

«Non amarmi», le disse lui.

«Non ti amerò», rispose lei.

Continuavano a fissarsi sotto la luce opaca di quel grigio lampione che li avvolgeva come un tiepido manto, si diedero un bacio leggero, che durò per qualche minimo istante.

Faceva freddo, un freddo secco in quella sera invernale, Damon osservava la luce artificiale riflessa sull’asfalto bagnato, deformata dall’acqua che a fiotti era scesa dal cielo nel pomeriggio.

Stringeva Susan col braccio destro, con il sinistro reggeva l’ombrello che aveva portato per sicurezza. La mano che ne impugnava il manico era ormai intorpidita; l’altra, invece, era avvinghiata fra quelle della ragazza, che la scaldavano per essere scaldate di conseguenza.

Una goccia scivolò sugli occhiali di Susan. Il modello che indossava era tipico degli anni ottanta, dalle lenti larghe e la montatura leggermente ingombrante. Nonostante ciò, il tutto calzava divinamente sul viso smunto ma elegante della ragazza, mettendone in risalto i timidi zigomi.

«Ehi Damon, apri l’ombrello, sta cominciando a piovere, non te ne sei accorto?».

«Ehm… sì scusami, hai ragione», rispose l’uomo, estirpando la mano destra dalla stretta di Susan per aiutare la sinistra ad aprire l’ombrello.

No, non si era minimamente accorto delle gocce d’acqua che incalzavano sempre più forti da quanto era immerso nei suoi inutili ragionamenti.

Stava pensando a Susan, al rapporto che si era instaurato fra loro due, era una relazione che non era in grado di decifrare: ormai erano circa un paio di mesi che si frequentavano, così, in maniera distaccata, disinteressata. S’incontravano in media una volta a settimana, uscivano tendenzialmente la sera, andavano a mangiare fuori e in seguito si dirigevano in qualche luogo d’intrattenimento, per poi finire la serata col fare sesso a casa di uno dei due, a seconda della zona in cui si trovavano.

 

Si chiedeva come mai continuassero ad incontrarsi: in fin dei conti nessuno dei due era in cerca di una storia seria, eppure una strana forza gravitazionale continuava ad attrarli, l’uno verso l’altra, ma senza sbalzi d’intensità. Stavano ignorando una famosa regola non scritta per questo tipo di rapporti, una regola che entrambi conoscevano, ma che deliberatamente violavano: in questi casi bisognerebbe incontrarsi un paio di volte, massimo tre, e poi ognuno torna per la sua strada, prima che uno dei due s’innamori sprecando preziose energie in inutili sofferenze.

Salirono sulla Cadillac del ’72 di Damon, il marrone dorato della carrozzeria risultava più scuro alla luce della luna; era una macchina che gli aveva lasciato in eredità suo zio quando era venuto a mancare e, nonostante avesse i suoi anni era tenuta in ottime condizioni.

Da perfetto gentiluomo Damon aprì la portiera del passeggero per far sedere Susan e si mise al volante.

La macchina era sistemata nel desolato parcheggio adiacente al Luna Park, era praticamente vuoto per essere un venerdì sera, ma il tempo non invogliava certo le famigliole ad uscire di casa.
Il perimetro del parcheggio era circondato da vecchi lampioni, alcuni dei quali nemmeno funzionavano, uno era addirittura piegato in due, ma nessuno sembrava essersene preoccupato nel corso del tempo.

In un angolo un uomo girato di spalle pareva stesse urinando, di tanto in tanto si voltava, cercando di guardarsi attorno; la sua figura non era ben chiara agli occhi dei due giovani, si vedeva ben poco al buio dell’oscuro parcheggio.

Ad un tratto Damon girò la chiave dell’auto e ne accese le luci, che illuminarono la sagoma di quell’individuo, il quale sobbalzò spaventato. In fretta e furia si sistemò e se ne andò, con aria guardinga.

I due si lanciarono un’occhiata divertita, quasi ridendo, poi Damon avviò l’automobile ed uscirono da quel lugubre posto.

Erano diretti verso l’abitazione di Susan, un appartamentino situato appena fuori dal centro, nella periferia al nord-est della città. Il Luna Park si trovava sempre in quella zona, ma inserito nei meandri più reconditi della periferia; in realtà era posizionato in un’aera piuttosto squallida, e Damon ancora si chiedeva come mai avessero deciso di passare la serata proprio laggiù.

Era un vecchio Luna Park, che fino a una quindicina d’anni prima era parecchio in voga fra le famiglie, i genitori di Damon lo accompagnavano sempre a giocare lì dentro quando era un bambino. Poi, ad un certo punto, tutta la zona iniziò a decadere, il Luna Park stesso rischiava di essere chiuso.

Usciti dal parcheggio, si ritrovarono in una strada abbastanza grottesca: l’insegna malfunzionante di un night club da quattro soldi illuminava ad intermittenza il marciapiede malconcio al lato destro della carreggiata; poco più avanti un paio di senzatetto cercavano rifugio sotto la pensilina dell’ingresso di un vecchio casermone abbandonato.

La pioggia si fece più forte, picchiettava rumorosamente sul tetto dell’elegante automobile; dei tergicristalli assassini trucidavano le gocce che con violenza si depositavano sul vetro anteriore dell’autoveicolo.

Il temporale non diede cenno di placarsi per tutta la durata del viaggio, che durò circa venti minuti. Quando parcheggiò nuovamente l’auto, a un paio di isolati dalla casa di Susan, scrutò il cielo per un breve secondo: la notte era ancora giovane, la luna si faceva largo fra gli oscuri nembi che ricoprivano il cielo. Delle stelle, invece, non vi era la benché minima ombra.

I due giovani amanti dovettero percorrere circa trecento metri assediati dal diluvio. Camminare sotto l’ombrello nonostante tutto era piuttosto romantico, benché entrambi non fossero sicuri che il romanticismo fosse ciò di cui erano in cerca.

Le acque scrosciavano ai lati delle strade fradice come stracci, per poi essere risucchiate fra le fauci di tombini mai sazi. Damon e Susan camminavano fianco a fianco, senza proferire alcuna parola: si stavano godendo quel breve momento contemplativo a contatto con l’oscurità della notte, benché disturbati ogni tanto dallo stridere delle sirene in lontananza, o dallo sfrecciare sconnesso delle automobili sulla strada adiacente.

Raggiunsero finalmente il palazzo in cui Susan abitava, cinque scalini li separavano dal portone.

Mentre la ragazza girava la chiave nella serratura, il boato di un tuono esplose nel cielo e il temporale aumentò all’improvviso d’intensità.

Un lungo tappeto rosso di scarsa qualità li accolse nell’atrio, era il tipico condominio abitato da persone che non rinunciano al voler apparire benestanti, benché in realtà non lo siano; nonostante ciò, la ragazza si trovava discretamente a suo agio nell’abitare proprio in quel posto.

L’appartamento non era di sua proprietà, ma l’affitto non era poi così alto, la ragazza stava finendo gli studi e nel mentre lavorava part time dentro una grande profumeria.

L’abitazione di Susan era immersa in un’atmosfera pacata, accogliente: la ragazza non amava molto l’illuminazione diretta e aveva comprato una serie di lampade che aveva sparso per tutta la casa, da alternare con la luce di alcune candele, a seconda delle circostanze.

Quando Damon passava la notte con lei amava lasciarsi avvolgere da quell’atmosfera intima, poco invasiva ma molto intensa allo stesso tempo, che solo il lume di una candela avrebbe potuto creare.

Oltre alla passione per le candele e le luci soffuse, Susan aveva un forte debole per gli aromi, le essenze e gli incensi, nel suo appartamento si mischiava una serie di odori mai fastidiosi, che solleticavano l’olfatto stuzzicando leggermente persino il palato.

L’appartamento non era molto grande, adatto per una giovane studentessa universitaria che vi abitava da sola.

Il salone, sistemato direttamente all’ingresso, era arredato con un tavolo non troppo ingombrante, ricoperto da una raffinata tovaglia rossastra al cui centro vi era un vaso di petali secchi e due grosse candele.

Sulla sinistra, appena entrati nell’abitazione, una libreria condivideva lo spazio di una parete insieme alla porta della stanza di Susan mentre, dalla parte opposta, una finestra era coperta dai drappi di una tenda purpurea. Il porpora era il colore preferito di Susan, colore che faceva da sfondo a tutto l’appartamento.

Il muro occupato dalla porta d’ingresso invece, aveva al lato di questa un appendiabiti in legno che quasi si mimetizzava con le pareti e, se non vi si posizionavano sopra alcuni cappotti, difficilmente lo si notava.

Nella parete rimanente vi erano la porta della cucina e una credenza anch’essa in legno, costituta, nella parte inferiore, da alcuni cassetti contenenti stoffe e tovaglie e, in quella superiore, da una teca di vetro in cui erano inseriti liquori, alcuni bicchieri e altri piccoli ninnoli e chincaglierie.

Per accedere al bagno bisognava entrare nella cucina.

La casa era sempre piuttosto buia, per via appunto della mancanza di un lampadario centrale in ogni stanza, esclusa la cucina. Persino il bagno, costituito da un gabinetto, un lavabo, alcuni mobiletti, uno specchio e una vasca, riceveva la sua illuminazione da un paio di lampade e alcune candele.

«Vuoi bere qualcosa?» chiese Susan al compagno, dopo che entrambi avevano appoggiato i cappotti sull’appendiabiti.

Damon, rispondendo con un sorriso, si diresse verso la teca di vetro.
Una cosa che avevano in comune i due giovani era una smisurata passione per i liquori, quelli densi, e dolci, la cui consistenza è talmente spessa che s’insinua fra le papille gustative, inglobandole.

Damon prese una bottiglia di liquore al cioccolato bianco, era una bottiglia da lui stesso comprata, trovata per caso un paio di settimane prima dentro una piccola boutique che vendeva prodotti dolciari di produzione propria, e aveva subito pensato di acquistarla per poi portarla a casa di Susan.

Presi anche un paio di bicchieri, entrambi si diressero verso la stanza della giovane.

La camera da letto era conservata come un affascinante gioiello, ma non di quelli pacchiani e troppo vistosi: era un gioiello di classe, prezioso, e aveva un che di vittoriano e ottocentesco.

Il letto, molto spazioso in quanto a due piazze, era rivestito da uno spesso piumone e un copriletto rigorosamente porpora, su cui erano sistemati quattro cuscini: Susan amava prendersi i suoi spazi e ogni minima comodità, per godersi la bellezza delle piccole cose.

I due si tolsero le scarpe, Damon posò i due bicchieri e la bottiglia sul comodino alla destra del letto, versò il liquore nei bicchieri, lo sorseggiarono insieme con gusto, lentamente, lanciandosi sguardi come due innamorati, senza esserlo realmente, per poi sdraiarsi sul morbido materasso, iniziando a spogliarsi con delicatezza.

Susan amava l’inverno, lo amava perché, nonostante il freddo pungente, è proprio grazie a quel freddo che si riesce a vivere il tepore che si genera quando si dorme avviluppati a qualcuno fra il caldo abbraccio delle coperte.

Il tepore è uno stato totalmente differente da quello del calore, è un qualcosa d’inebriante, di ricercato, desiderato, una sensazione che può essere vissuta soltanto in inverno, ed era proprio questo motivo a rendere tale stagione così speciale e meravigliosa agli occhi della ragazza.

Quando ancora non erano completamenti nudi, strisciarono sotto il grosso piumone, la luce di una lampada sistemata anch’essa sul comodino era accesa timidamente. Finalmente giunse l’abbraccio atteso con bramosia.

«Che bella che sei» disse Damon osservando Susan, che arrossì senza rispondere.

Era una ragazza molto introversa, non amava esprimere i suoi sentimenti, forse perché non era nemmeno capace di comprenderli a pieno, e quindi preferiva tacerli nell’anima.

Damon spostò con dolcezza una ciocca di capelli dalla guancia di Susan, per poi accarezzarle il volto; la ragazza chiuse gli occhi per godersi tutte quelle attenzioni, che probabilmente nessun altro amante era mai stato in grado di darle.

L’uomo appoggiò le labbra sulla guancia rossastra della giovane e con una mano le sfiorò il collo; lentamente iniziò a far camminare la punta delle sue dita su quella candida pelle, che iniziò a irrigidirsi.

Una volta spostati i capelli, fece scendere le labbra su quello stesso collo che fino a poco prima stava esplorando con le sue dita, dita che adesso avevano raggiunto un orecchio.

Damon usava sempre lo stesso procedimento, le labbra inseguivano i polpastrelli, che con estrema delicatezza e sensualità si spostavano su tutto il corpo. Questa cosa faceva impazzire Susan, che ogni volta si trovava impotente, inerme al fascino di quel giovane uomo, che sembrava aver sfiorato il corpo di mille donne prima di lei.

Era sempre un’esperienza sublime e viscerale fare all’amore, anche se di amore forse non si trattava.

Esiste un confine che separa il sesso dal fare all’amore, è una linea alle volte spessa, altre volte molto, ma molto sottile, una linea che può spezzarsi in qualsiasi momento, lasciando che sesso e amore s’intersechino in un’unica cosa.

Damon molto spesso immaginava questa linea, senza capire in quale delle due parti si trovasse, forse stava per scavalcarla, per raggiungere l’amore, ma c’era qualcosa che lo fermava, troppi ricordi, la perdita di fiducia verso ogni ipotetico partner, la paura di soffrire di nuovo. Susan, invece, non provava nemmeno a configurare nella sua mente questa linea immaginaria, non voleva affrontare il problema dentro di sé, per gli stessi motivi di Damon.

Eppure, nonostante le esperienze passate, non riuscivano ad opporsi a quella magnetica apatia, situata a metà tra due poli opposti, che li manteneva incastrati nella staticità di un legame per cui era difficile trovare una definizione: era un sentimento che impediva loro di avvicinarsi troppo l’uno all’altra, ma senza permettergli di sfuggirsi a vicenda e allontanarsi per sempre.

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