Relatività ontologica: quell'articolo di Quine che mi ha fatto vagamente bestemmiare

L'anno scorso ho frequentato il corso di filosofia del linguaggio all'università di Genova e per poter sostenere l'esame dovevo anche produrre una tesina scritta. La tesina doveva prendere spunto da una serie di articoli presenti all'interno di un volume, e fra tutti decisi di accanirmi contro un famoso pezzo scritto dal filosofo e logico Willam Van Orman Quine intitolato "Relatività ontologica". Il prof Carlo Penco all'esame la prima cosa che mi disse fu che solo un pazzo avrebbe potuto osare una cosa del genere, ossia prendersela con Quine. Quello che forse il prof. Penco ignorava è che probabilmente io qualche rotella fuori posto in effetti ce l'ho, e quindi mi sono accollato di criticare il fantomatico e temutissimo Quine.

Purtroppo non sono riuscito a trovare online una versione free dell'articolo di Quine. Potete trovare l'articolo ad esempio sul libro "Filosofia del linguaggio" a cura di P. Casalegno, P. Fascolla, A. Iacona, E. Paganini, M. Santambrogio, Milano, Raffaello Cortina Editore, il libro che ho usato per sostenere l'esame.

Ecco quindi qui di seguito la mia tesina, intitolata "Relatività ontologica della costruzione linguistica". La parte più divertente sono le note, non saltatele.

Relatività ontologica della costruzione linguistica

Critica all’articolo “Relatività ontologica” di Willard Van Orman Quine


Sommario. In questo testo si vuole affermare che la relatività della traduzione sostenuta da Quine non sia realmente dimostrabile in quanto, tramite accorgimenti e tentativi, è possibile risalire alla traduzione corretta. Per fare ciò si dimostra come le argomentazioni apportate da Quine a favore della sua tesi non siano realmente sostenibili. Si conclude dicendo che la relatività non stia tanto nella traduzione, quanto nella creazione linguistica di ogni idioma, ossia nella assegnazione delle parole ad ogni significato, che è totalmente arbitraria e contingente.


1. L’indeterminatezza della creazione linguistica

 Abbandonando la visione etnocentrica della traduzione, quella che ci porta a credere che le stesse categorie che utilizziamo noi, che cerchiamo di tradurre una lingua, siano universali, risulta molto difficile, come afferma Quine, citando Dewey, sostenere la tesi che il significato sia un’esistenza psichica: la semantica di una persona non è determinata dalla sua mente. Quando parliamo di una lingua, non parliamo delle singole parole che la compongono, ma delle categorie mentali che si formano all’interno di una comunità, per i motivi più disparati, e che portano gli individui appartenenti al medesimo dominio linguistico a condividere una parola unanimemente per un determinato significato.

Questo concetto ci obbliga ad abbandonare appunto “il mito di un museo i cui pezzi esposti sono i significati e le parole sono etichette”. Il punto da sottolineare è proprio questo: la traduzione non è una semplice sostituzione di termini affibbiati ai diversi oggetti che ci circondano, in quanto ogni lingua avrà un modo differente per catalogare il mondo in cui è inserita.

Per dimostrare questa tesi possiamo farci aiutare dall’approccio strutturalista della linguistica. Basterebbe citare, ad esempio, lo schema ideato da Hjelmslev circa le voci del campo lessicale legato a albero/legna/bosco/foresta nei diversi sistemi linguistici: dove l’italiano usa ben quattro termini distinti, il francese e il tedesco ne usano tre, e il danese addirittura due soltanto, accorpando legna, bosco e foresta nell’unico termine skov. Sarebbe interessante analizzare le motivazioni che hanno portato alle diverse classificazioni, chiedersi come mai nell’italiano si utilizza una semantica così dettagliata circa questi termini mentre nel danese no. Rispondere a questa domanda potrebbe comportare un lavoro complicatissimo, e molto probabilmente senza nemmeno riuscire a giungere a una conclusione, questo perché è veramente complesso risalire a come in una comunità si costruiscono certe categorie che portano alla creazione dei termini e alla classificazione degli elementi presenti nel mondo. Il nodo della questione è proprio questo: il problema della relatività ontologica non si trova a livello di traduzione di una lingua, ma al livello della sua costruzione, ossia, non il chiedersi come una lingua struttura la sua semantica, ma il perché. Capire il come è molto difficile ma, tramite diversi tentativi ed esperimenti, non è impossibile. Certo, sapessimo il perché tutto il lavoro sarebbe molto più semplice.

 

2. “Coniglio” o “parti staccate di coniglio?”: la conclusione errata di Quine

Quine, per dimostrare la sua tesi circa l’indeterminatezza della traduzione, crea un esempio artificiale ottenendo a mio avviso delle conclusioni sbagliate. Nell’esempio vengono date due premesse: che un coniglio intero è presente quando e solo quando è presente una parte non staccata di coniglio [vedi nota 1]; inoltre, quando e solo quando è presente uno stadio temporale di un coniglio. Ci si immagina di dover tradurre l’espressione “gavagai” appartenente a un’ipotetica lingua indigena e ci si pone il problema se sia più corretto tradurre il termine con “coniglio” o con “parte non staccata di coniglio”. Quine sostiene che il problema non sia risolvibile con la semplice ostensione in quanto, se si prende “nella sua totalità la porzione sparpagliata del mondo spazio temporale che è costituita da conigli, parti non staccate di coniglio, e quella che è costituita da stadi di coniglio, ottenete la stessa porzione sparpagliata del mondo tutt’e tre le volte. La sola differenza sta in come la tagliate a fette”. Il problema si trova quindi nel capire in quale modo una lingua fraziona i diversi concetti e Quine sostiene che l’ostensione non può in alcun modo risolvere questo problema. Per dimostrare questa affermazione Quine sostiene che, facendo un esempio pratico, quando indichiamo parti diverse di coniglio, indichiamo automaticamente anche tutto il coniglio; quando, viceversa, indichiamo il coniglio tutto intero, indichiamo pure una moltitudine di parti di coniglio [vedi nota 2] e quindi, poste queste due situazioni, una soluzione al problema non possa essere cercata a questo livello. Questa argomentazione è piuttosto debole, in quanto i sistemi per cercare di isolare le parti di coniglio dal coniglio intero possono essere svariate. Supponiamo di trovarci di fronte a un indigeno e di mostrargli il coniglio per intero. Al mio indicare il coniglio lui esclamerà senza esitazione “gavagai!”. Se ora facessimo a fette il coniglio con una mannaia, ci troveremmo sempre di fronte a un coniglio, anche se fatto a pezzi [vedi nota 3]. Le ipotesi in cui potrei scontrarmi in questo caso sono diverse. Ad esempio, l’indigeno potrebbe usare un insieme di parole per indicare il concetto di “coniglio fatto a pezzi”, supponiamo “arbadan gavagai”. In questo caso potremmo immaginare che il termine “gavagai” significhi “coniglio” e che “arbadan” significhi “fatto a pezzi”, “affettato”, “ammazzato” e che la nostra astrusa ipotesi che contempla una traduzione come “parti non staccate di coniglio” sia un’assurda complicazione. Potremmo invece osservare che l’indigeno utilizza ad esempio il termine “gavagum” e, in questo caso, ipotizzare che il prefisso “gava” significhi coniglio, e gum qualcos’altro che indica un coniglio pronto per essere cucinato, un coniglio ammazzato o fatto a fette per puro sadismo eccetera eccetera. Ovviamente con questo controesempio non voglio sostenere di aver risolto il problema della traduzione del termine “coniglio” in quanto le reazioni dell’indigeno potrebbero essere molte altre, e anche quelle da me esposte presentano sicuramente dei problemi. Semplicemente si sostiene che i metodi per trovare una traduzione possono essere diversi, e che arrendersi ai pochi stratagemmi usati da Quine per sostenere l’indeterminatezza della traduzione nel suo esempio è un errore. Sono convinto che, utilizzando la strada da me ipotizzata, dopo una serie indefinibile a priori di esperimenti, non sia impossibile trovare una traduzione corretta.

Senza contare che Quine, utilizzando un aberrante approccio etnocentrico, non prende minimamente in considerazione l’ipotesi che il nostro povero indigeno possa un giorno sforzarsi di imparare la nostra lingua e, o mio dio, addirittura riuscirci. Un indigeno alieno che sa imparare una lingua diversa dalla sua? Incredibile vero? Con due soggetti che conoscono anche se approssimativamente l’uno la lingua dell’altro il lavoro sarebbe sicuramente facilitato.

Ovviamente non è scontata la riuscita della missione, ma escludere a priori che si possa raggiungere l’obiettivo è logicamente sbagliato, e quindi è anche sbagliato sostenere che la traduzione sia necessariamente indeterminata. Altrimenti non si spiega come sia possibile che esista una traduzione funzionale per ogni lingua e dialetto presente nel mondo. Si potrebbe ipotizzare forse che non possiamo dare per scontato che le traduzioni di tutte le lingue da noi possedute siano corrette al cento per cento ma, in fin dei conti, il compito di una traduzione è quella di permettere agli elementi di due domini linguistici differenti di comunicare in modo funzionale e, intuitivamente, mi pare che da questo punto di vista non vi siano molti dubbi. Se poi vi sono alcuni errori sono convinto che, col passare del tempo, col passaggio di informazioni fra i parlanti, un sistema come quello di una traduzione possa sempre migliorarsi fino a raggiungere, forse, la perfezione. Quine tenta di sfatare questo tipo di critica ponendo un esempio diretto dalla lingua giapponese circa la traduzione di alcuni “classificatori” applicabili ai numeri. Ma Quine, dimostrando che vi sono due possibili traduzioni differenti entrambe valide, non dimostra l’indeterminatezza della traduzione ma mostra, appunto, che vi sono due traduzioni, entrambe valide a seconda della loro applicazione. Cercare di dimostrare l’indeterminatezza di qualcosa determinando questo qualcosa in due modi differenti è, a mio avviso, un controsenso in quanto, alla fine, vengono comunque poste delle determinazioni.

Il problema della traduzione, dunque, non è realmente quello della sua indeterminatezza. Il problema della traduzione sta nell’oggetto che vuole tradurre, ossia nella lingua. Per questo esiste la linguistica, proprio per cercare di svelare quei problemi metafisici che stanno alla base della costruzione di una lingua. E quindi torniamo allo schema proposto da Hjelmslev circa le voci del campo lessicale legato a albero/legna/bosco/foresta nei diversi sistemi linguistici. Il problema dell’ipotetica indeterminatezza della traduzione può risolversi unendo la ricerca di una traduzione ai risultati della linguistica, ossia unendo i “come?” ai “perché?”.

Note:
[1] Già questa premessa è di per sé problematica. Innanzitutto non è chiaro cosa intende Quine con “parte non staccata di coniglio”: un coniglio a cui non manca nessuna parte del corpo? Un coniglio vivo e non fatto a pezzi sul bancone di un macellaio? Un coniglio vivo, con più o meno tutte le parti del corpo, o comunque quelle utili a mantenerlo in vita? E se la prima ipotesi fosse quella buona, immaginiamo un essere umano senza una gamba: sarebbe corretto considerarlo un essere umano “non intero”? Approfondiremo meglio questa problematica nella nota numero 2.
[2] A questo punto pare intendersi che “parte non staccata di coniglio” sia semplicemente una parte del corpo del coniglio che viene indicata quando si indica generalmente il coniglio. Resta il fatto che, se leggiamo la prima premessa per come è esposta da Quine (o dal suo traduttore), rimane oscura e incomprensibile, in quanto si dà una definizione dell’esistenza di un coniglio quando in realtà si sta definendo una sua parte, generando quindi un enunciato senza senso. In poche parole “parte non staccata di coniglio” dovrebbe essere un sinonimo di “parte del corpo del coniglio attaccata al resto del corpo”. Per spiegare ancora meglio, possiamo dire che una zampa di coniglio senza il resto del corpo non può essere definita un coniglio, mentre un coniglio che non ha una zampa rimane comunque un coniglio in quanto, indicando un coniglio per intero, sto anche indicando una sua parte, e il fatto che al coniglio manchi una zampa o un orecchio non ha alcuna importanza. Anche questa spiegazione resta comunque problematica: ad esempio, se ci trovassimo di fronte a un coniglio decapitato, ci troveremmo sempre di fronte a un coniglio, un coniglio morto, senza testa, ma pur sempre un coniglio. Eppure nella testa del coniglio è contenuto il suo cervello, ossia ciò che ne determinava la sua psiche e la sua identità interiore mentre era in vita. Nonostante questo, se trovassimo la testa senza il resto del corpo, sarebbe giusto definire quella testa “un coniglio morto”? A mio avviso no, perché la testa è una singola parte isolata del coniglio, mentre il corpo del coniglio senza testa è composto da un maggior numero di parti di coniglio. Ora dovremmo quindi definire un metodo per giudicare quando un coniglio è degno di essere considerato tale pur senza alcune sue parti. Ad esempio, se tagliassimo in due il coniglio, quale parte sarebbe giusto definire ancora “coniglio” e quale una semplice parte, senza essere coniglio? La parte che ha più parti attaccate? Quella con più centimetri di corpo di coniglio? Oppure quella con la testa? Se ad esempio applicassi il taglio al coniglio subito dopo le zampe anteriori, avremmo la parte composta da testa, parte del busto e delle zampe che sarebbe più corta rispetto alla seconda parte composta da una parte più grossa di busto, zampe posteriori e coda. Quale parte sarebbe dunque da definire ancora “coniglio?”. Potremmo dire che la presenza della testa aumenti la possibilità di attribuire alla parte di coniglio l’attributo di coniglità a un insieme di parti di coniglio, ma che la testa, se presa singolarmente, non può essere definita un coniglio.
[3] Qui si presenta una nuova problematica circa la definizione di coniglio come “insieme di parti non staccate di coniglio”. Quine potrebbe sostenere che un coniglio per essere tale debba essere tutto intero ma, secondo me, questa affermazione non sta in piedi, e di conseguenza anche una delle due premesse fondanti di tutto l’esempio è errata, invalidando l’intero esperimento mentale. Sostengo questo perché se è vero che una zampa di coniglio presa singolarmente non può essere definita un coniglio, un coniglio fatto a pezzi, e le cui parti non vengono sparpagliate chissà dove, resta comunque un coniglio, seppur le sue parti appunto non siano più attaccate. In poche parole il soggetto “coniglio” C resta tale, semplicemente gli viene accorpato un predicato, ad esempio il predicato “fatto a pezzi” f, e non si trasforma in una nuova entità completamente diversa.
3. Il principio di correzione e la relatività ontologica dei riferimenti

 Nell’ultima parte dell’articolo Quine trasporta il problema dell’indeterminatezza della traduzione in una sfera più privata, abbandonando la situazione in cui ci si ritrova a dover tradurre una lingua a noi sconosciuta e traslando il tutto direttamente “a casa nostra”. In sostanza sostiene che non si debba dare per scontato che le parole italiane usate dal nostro vicino abbiano per lui lo stesso significato che hanno per noi. Questa affermazione contiene in sé diversi problemi che Quine riesce in parte a risolvere. Di fatto, da un lato, affidandosi al principio di carità, il quale ci porta a riadattare il nostro vocabolario a quello del nostro interlocutore, viene favorita la comunicazione, e non interrotta; dall’altra, sostenendo che il nostro idioletto si rifà alle coordinate di un linguaggio di sfondo (come ad esempio la lingua italiana, e quindi le sue regole grammaticali e il suo vocabolario) abbiamo uno stratagemma per orientarci nel mondo della comunicazione senza grossi dubbi.

Per quanto riguarda il principio di carità, è un sistema utile e che ognuno di noi applica nel suo quotidiano, anche se non sempre è sufficiente a favorire la comunicazione. Ricordo che fino a pochi anni fa avevo un’idea totalmente errata circa il significato del termine “costernato” (mentalmente lo associavo al termine “costellato”, fino a tradurlo con “cosparso”) e quando lo utilizzavo generavo enunciati senza senso, o comunque comprensibili solo in parte. Ogni parlante che si relazionava con me arrivava a comprendere ciò che dicevo, ma fino a quel punto. Essendo un termine che non si sua così spesso, mi sono trascinato l’errore di significato per parecchi anni, fino a quando un giorno, una mia amica, nel sentirmi usare il termine fece una faccia un po’ perplessa e mi chiese cosa stessi cercando di dire. Una volta appreso che io avevo un’idea sbagliata del termine “costernato” mi corresse utilizzando appunto il vocabolario del nostro linguaggio di sfondo, e quindi non fu lei a dover riadattare il suo vocabolario per comprendere il mio, ma io a dover modificare il mio per farmi comprendere dagli altri parlanti. In questo caso, unendo il principio di carità alle coordinate del linguaggio di sfondo abbiamo ottenuto un nuovo, banalissimo principio, che chiameremo principio di correzione. Il principio di correzione subentra in due casi:

  1. quando il principio di carità non è sufficiente per procedere nella comunicazione e il parlante necessita di una spiegazione approfondita per comprendere quello che stiamo dicendo;quando, nonostante il principio di carità sia sufficiente per orientarci nella comunicazione col nostro parlante, vogliamo comunque correggere il nostro interlocutore per i motivi più disparati (per istruirlo, per impedire che faccia brutte figure in futuro, per schernirlo e sminuirlo, per aumentare la sua conoscenza eccetera).

 

Ora, tornando al mio esempio, quello circa il mio utilizzo sbagliato del termine “costernato”, possiamo dire che quel termine fosse errato nel dominio degli elementi appartenenti alla lingua italiana, ma giusto se si considera il mio idioletto personale prima che mi correggessero. Nel senso, quando parlavo fra me e me e usavo il termine “costernato” ovviamente mi capivo, perché per me il termine aveva un significato diverso rispetto a quello che ha nell’italiano. Per spiegarmi meglio faccio un altro esempio, sempre riferendomi a me stesso. Fino all’età di sedici anni ero convinto che il termine “slabbrato” in realtà si dicesse “sdillabbrato” perché, avendo i genitori siciliani, nella mia famiglia si usava pronunciarlo così. Un giorno, mentre ero a scuola, parlando con un mio compagno di classe utilizzai il termine “sdillabbrato” e il mio interlocutore, prendendomi bonariamente in giro, mi disse che stavo sbagliando, e che il termine corretto era “slabbrato”. Eppure, se io mi aggiro per le strade di Rosolini, il paese in cui è nato mio padre, e uso il termine “sdillabbrato”, nessuno si pone il problema di correggermi, perché appunto in quel preciso punto del globo il termine “sdillabbrato” ha un suo riferimento corretto. E’ per questo che concordo con Quine quando afferma che non ha senso chiedersi se, in generale, i nostri termini “coniglio”, “parte di coniglio”, […] ecc. si riferiscono davvero rispettivamente ai conigli, alle parti di coniglio […] ecc. anziché a denotazioni ingegnosamente permutate” e che “non ha senso chiedere questo in termini assoluti; ha significato chiederlo solo in riferimento a qualche linguaggio di sfondo”.

Ciò che vuole sostenere Quine, e che io condivido, è che il linguaggio di sfondo è ciò che dà un senso agli enti, ma un senso relativo, in quanto questi enti possono essere espressi in maniera diversa da tutti i parlanti a seconda di dove abitano, delle loro esperienze personali ecc.

Ma questa conclusione non porta in alcun modo a sostenere che la traduzione sia indeterminata. Di fatto esisterà sempre (o quasi) un sistema di coordinate a cui riferirci, che siano le mie coordinate personali, quelle del dialetto che si parla a Rosolini o in Sicilia, o quelle della lingua italiana. Una volta che si è consapevoli di queste coordinate o una volta che si possiedono gli strumenti per analizzarle (un manuale di grammatica e un dizionario), non è impossibile risalire a una traduzione che permetta la comunicazione. La vera cosa da sottolineare sta quindi non nel fatto che è la traduzione ad essere indeterminata, come ha sostenuto Quine all’inizio dell’articolo, ma la costruzione stessa di una lingua. Ogni sistema linguistico, che sia una lingua nazionale, un dialetto, un gergo giovanile, uno slang o un idioletto, attribuisce un riferimento agli enti in maniera contingente. Il fatto che il “tavolo” si chiami “tavolo” e non “forchetta” non ci arriva per volontà divina, ma per tutta una serie di motivi fortuiti che hanno portato quella cosa a chiamarsi così nella nostra lingua e, di fatto, l’ente che noi abbiamo nominato “tavolo”, non si chiamerà in questo modo in tutti i mondi possibili, e anzi, nemmeno in tutte le regioni del nostro stesso mondo. Queste premesse ci portano a formulare la conclusione che, una volta spogliata la realtà oggettiva dalla simbologia creata dall’uomo, da quegli strumenti che gli individui usano per convivere con i propri simili (in sostanza dal linguaggio), l’ente che noi chiamiamo “tavolo” non si chiama così e anzi, non ha nome alcuno: rimane un semplice archetipo nudo, che noi vestiamo di un senso, all’unico scopo di poter comunicare con gli individui che ci circondano. Vivessimo da soli su questo pianeta, ogni contenuto mentale od oggetto concreto potrebbe non avere alcun nome.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

Penco, C., (2004), “Introduzione alla filosofia del linguaggio”, Laterza, Bari (6 e. 2016)

Quine, W.V.O. (1969), “Relatività ontologica” in Filosofia del linguaggio a cura di P. Casalegno, P. Fascolla, A. Iacona, E. Paganini, M. Santambrogio, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003, pp. 137-149



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