Il volto della follia - I diari di Mike

I diari di Mike
"Il volto della follia"

Giovedì 27 giugno 2019, ore 23:59
Genova

Era l'estate 2012, la relazione con la mia ragazza del tempo era in crisi e passavo le mie serate in un cazzo di bar nel mio quartiere, il Dammi del tu.
Solitamente staccavo verso le undici di sera da lavoro e mi recavo in questo posto, frequentato da alcuni amici miei.

Ricordo che in quel pub conobbi un tipo, Cristiano si chiamava, e subito rimasi folgorato dalla sua personalità: aveva una mente geniale, una cultura pazzesca ed era un musicista della Madonna. Sapeva suonare il pianoforte da dio e produceva basi e musica al PC di tutto rispetto.

Dopo poco, nonostante la differenza di età (io avevo 22 anni e lui circa 35) divenne uno dei miei migliori amici, ci beccavamo sempre al Dammi o ci facevamo giri in macchina. Ricordo che parlavamo per ore, ogni tanto andavo a casa sua a sentirlo suonare, rimanendo estasiato ogni minuto, solo che poi, ad un certo punto successe qualcosa.

Un giorno gli chiesi in prestito una fotocamera, e poi per una serie di miei impegni tardai leggermente nella restituzione. Notai che Cristiano si seccò molto per questa cosa, e così feci di tutto per ridargliela il prima possibile.
Dopo che mi liberai di questo oggetto in prestito però Cristiano si volatilizzò. Mi sembrava una reazione veramente esagerata la sua, sparire per una cazzo di fotocamera, così provai a cercarlo al Dammi ma nemmeno lì si faceva più vedere. Iniziai a pensare che fosse successo qualcosa, anche se amici in comune mi dissero che era vivo e vegeto, però alla fine mi misi l'anima in pace. La vita mi ha insegnato che le persone sono come i treni: vanno e vengono. Per un certo periodo sali sopra sta carrozza insieme ad un amico, condividi bei paesaggi insieme a lui, ma poi alla fine uno dei due scende e l'altro se ne deve fare una ragione.

Rimasi su questa linea fino a quando Cristiano non rientrò nella mia vita come un treno in transito che sfreccia ai trecento all'ora generando una folata di vento cosmica che ti trascina via.
Un giorno rientrai a casa, vidi mia madre mezza stranita, quasi preoccupata:
«Sai, oggi ha citofonato un tizio, diceva di essere un tuo amico, era tutto trasandato e mi sembrava un mezzo tossico, però chiedeva di te con insistenza e l'ho fatto entrare. Ha iniziato a dirmi cose strane, di essere diverso, di non essere come gli altri. Lì per lì sai, ho pensato fosse gay e che se ne vergognasse, io gli dissi che non c'era nulla di male, ma lui no: "I gay non c'entrano", asserì. Iniziò a dirmi cose strane, che lui non è umano, che è un rettile, o una cosa del genere. Io davvero non capivo, poi all fine se n'è andato».

Rimasi diversi minuti cercando di capire chi fosse questa persona, ma non riuscii a comprendere che si trattasse proprio di Cristiano. Non capii fino a quando, pochi giorni dopo, non piombò di nuovo a casa mia.
Era l'ora di pranzo e qualcuno citofonò alla porta: era lui, Cristiano, aveva il viso mezzo tumefatto, un taglio sulla fronte e uno sopra il labbro, la barba incolta, e in effetti non potevo dare tutti i torti a mia madre quando pensò che si trattasse di un tossico o di un alcolizzato:

«Miche, per favore mi devi aiutare, aiutami», mi disse quando ancora era sull'uscio.

Subito arrivò mio padre con la sua solita allegria irruente:
«E tu chi sei? Vieni entra! Stiamo per pranzare, mangia insieme a noi!».

Cristiano fece finta di accettare l'invito, poi mi trascinò nel terrazzino che abbiamo fuori casa e iniziò a piangere farfugliando cose senza senso:

«Miche aiutami, ti prego, ho paura!».

«Ma paura di cosa Cristiano!».

«Ho paura di morire!».

«Perché hai paura di morire? Che succede?».

«Perché tutti grandi sono morti! Jimi Hendrix è morto, Jim Morrison è morto, Freddie Mercury è morto!».

«Cristiano, ma chi se ne fotte scusa, se questi sono morti mica vuol dire che morirai anche tu!».

«Per favore vieni a casa mia, ti prego Miche vieni, ho bisogno di aiuto».

Alla fine io rimasi a casa per consumare il pranzo, mentre lui se ne andò subito, dopo avermi fatto promettere che lo avrei raggiunto a casa.

Vi dico la verità, la cosa mi puzzava, ma per sei mesi Cristiano era stato uno dei miei migliori amici, una persona lucidissima e dalla mente così brillante da rimanerci abbagliati, e quindi decisi di cercare di aiutarlo.

Percorsi le strade del Campasso con una brutta sensazione sedimentata nel mio stomaco, come se presagissi che sarebbe successo qualcosa di brutto, come se la mia vita fosse quasi in pericolo. Era inverno e faceva freddo. Un cielo cupo inghiottiva ogni cosa ed il livello di paura iniziò a salire in maniera esponenziale.

Finalmente raggiunsi il palazzo in cui Cristiano abitava, a cinque minuti esatti da casa mia. Quando Cri aprì la porta aveva un ghigno sulla faccia: non era più triste, non stava piangendo e anzi, sembrava quasi allegro. Eppure uno strano bagliore opalescente di follia sbrilluccicava nei suoi occhi. Mi guardai intorno, e quella casa che mi aveva accolto diverse volte nell'arco dei mesi precedenti aveva un volto completamente diverso. La cosa che più mi colpii furono le porte: erano le classiche porte in legno con una lastra di vetro in mezzo. Le lastre erano state rimosse da tutte le porte, al cui centro era rimasto un buco gigantesco. Oltre questo Cristiano aveva staccato la caldaia ed era rimasto senza acqua calda e riscaldamento.

«Ma non eri triste? Ora stai bene?».

«Sai, io sono un ottimo attore», mi disse, fissandomi con un ghigno che non aveva nulla di umano.

«E tua madre? Dov'è tua madre?».

«Mia madre se n'è andata pochi giorni fa», mi rispose freddamente.

Poi di colpo aprì la porta di uno sgabuzzino e tirò fuori un telefono, uno di quelli vecchi, tipo un Motorola, un Alcatel o che so io.

«Sai, con questo telefono sono in contatto con la CIA, io sono un rettiliano».

Finalmente riuscii a comprendere le parole di mia madre, capii che le aveva detto di essere un rettiliano e che lei, non sapendo un cazzo di queste cose, non ci aveva capito un cazzo.

Subito compresi che la situazione non era affatto delle migliori, che mi trovavo da solo nella casa di un pazzo e che la mia incolumità era totalmente a rischio, e così decisi di assecondarlo in ogni sua follia.

Mi esortò ad entrare in camera sua, e poi si sedette su una cazzo di poltrona.

«Miche, per favore, puoi aprirmi la finestra? Ho voglia di fumare. Anzi no, aspetta! Ora ci guardiamo un film».
Cristiano fece per accendere il computer, ma all'improvviso cambiò idea.
Si diresse verso il pianoforte, la tavola di legno anteriore era stata rimossa dallo strumento e potevo osservare in bella vista le corde e i martelletti.

«Tu siediti sulla poltrona, io ho voglia di suonare».

Feci come mi disse lui, mi posizionai sulla poltrona e rimasi pietrificato ad ascoltarlo mentre intonava L'inno alla gioia agitando le sue mani sopra il piano come un pazzo. Suonò la canzone come un forsennato, in modo ossessivo e brutale, osservavo i martelletti rimbalzare freneticamente sulle corde e intanto la mia vita iniziò ad assumere le tinte di uno strano film di David Lynch.

Io non dissi una parola per tutta l'esecuzione, fino a quando la canzone terminò e Cristiano iniziò a fissarmi:

«Miche, puoi farmi un favore? Per favore, potresti lavarmi i piatti?».

Nonostante la richiesta veramente insolita decisi di assecondarlo anche stavolta, e così mi diressi verso la cucina in cui vi era un lavandino pieno di piatti e stoviglie che probabilmente non lavava da diversi giorni. Ricordo l'acqua scorrere sulle mie mani, gelida, perché quello svitato aveva staccato la caldaia. Rammento i miei pensieri ibernati nella testa, avrei voluto elaborare un piano per fuggire, ma ero del tutto paralizzato dal terrore.

Mentre io ero lì in cucina che lavavo Cristiano tornò in camera sua, e iniziò un'assurda telefonata con la sua ex ragazza, che lo aveva mollato proprio perché lui era impazzito, ricordo che piangeva disperato dicendole "ti amo, non lasciarmi", finché ad un tratto, finita la telefonata, venne verso la cucina:

«Miche, la vedi questa?», mi disse, tenendo in mano una pietra appuntita, «Sarebbe perfetta per uccidere qualcuno».

«Beh, sì, in effetti...», risposi, cercando di mantenere la calma.

«Sai Miche, ho deciso che ti devo uccidere».

A quel punto non sapevo più che cosa fare, vidi Cristiano dirigersi verso il suo letto, alzare il materasso facendo il gesto di prendere qualcosa.

In quel momento la mia mente si spense totalmente, non fui in grado di dire o fare niente, osservai solo Cristiano venire verso di me con le mani dietro la schiena e lo sguardo minaccioso. All'improvviso mi puntò le mani messe a mo di pistola verso il volto, e poi sorrise con malignità:

«Sai Miche, volevo vedere fino a che punto ti fidi di me».

Non ricordo di preciso cosa gli risposi, so solo che alla fine Cristiano tornò in sé per un minuto, si sedette e mi esortò ad andare via:

«Vattene, non vorrei che tu ti spaventassi troppo», mi disse, come se non si ricordasse minimamente di avermi tenuto in ostaggio in casa sua per più di un'ora.

Salutai Cristiano e corsi via.
Adesso, a distanza di anni, ricordo quei momenti come se non fossero mai accaduti, come se fossero i ricordi surreali di un incubo terrificante, o il frutto di un'allucinazione.

Eppure, nonostante ciò, non penso che dimenticherò mai quel giorno, il giorno in cui i miei occhi si scontrarono col volto reale della pura follia.

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